Descrizione Progetto

CERITH WYN EVANS

dal 31 Ottobre 2019 al 23 Febbraio 2020 – Spazio: NAVATE

Concepita come una composizione armonica di luce, energia e suono, “….the Illuminating Gas” è la più grande mostra mai realizzata da Cerith Wyn Evans (Llanelli, Galles, Regno Unito, 1958; vive e lavora a Londra) e presenta una straordinaria selezione di venticinque opere tra sculture storiche, complesse installazioni monumentali e nuove produzioni, che offrono ai visitatori un’esperienza sinestetica unica.
Dopo gli esordi come filmmaker, dagli anni Novanta Cerith Wyn Evans si dedica alla realizzazione di sculture, interventi site specific e perfomativi che si caratterizzano per l’utilizzo di elementi e materiali effimeri come la luce e il suono, e per la centralità della dimensione temporale nella fruizione dell’opera. La ricerca dell’artista si focalizza sulla percezione, sul potenziale del linguaggio e della comunicazione, mettendo in discussione la nostra nozione di realtà.
Nella loro eleganza ed equilibrio formale, i lavori di Cerith Wyn Evans attingono a una complessità di riferimenti e citazioni – dalla letteratura, alla musica, filosofia, fotografia, poesia, storia dell’arte, astronomia e scienza – che vengono declinati in forme del tutto nuove attraverso un articolato processo di montaggio. Questa operazione avviene sia attraverso l’impiego di materiali testuali che, decontestualizzati, vengono tradotti in un linguaggio luminoso – ad esempio sotto forma di scritte al neon, fuochi d’artificio o pulsazioni di luce – sia trasponendo in sculture l’immaginario di artisti storici, come Marcel Duchamp, o il repertorio di gesti del teatro giapponese Noh, come nella serie Neon Forms (after Noh) (2015-2019).

CREDITI
Location: Pirelli HangarBicocca, Milano
Artista: Cerith Wyn Evans
Mostra: “…the Illuminating Gas”
Allestimento: a cura di Roberta Tenconi e Vicente Todoli
Ingegnerizzazione: MOSAE srl
Foto: Agostino Osio
Courtesy: Pirelli HangarBicocca, Milano
Pictures in slideshow: vedute dell’installazione

StarStarStar/Steer (totransversephoton), 2019

Il percorso espositivo si apre con sette imponenti colonne luminose che si elevano quasi fino al soffitto, occupando tutto lo spazio della Piazza con una complessa sequenza di luci. L’opera è realizzata appositamente per lo spazio di Pirelli HangarBicocca ed è composta da numerose lampade a LED disposte a formare cilindri di varie altezze. L’artista ha concepito una partitura, in cui le colonne si illuminano a ritmo alterno da una parte all’altra dello spazio, secondo un impulso luminoso che rivela e nasconde la struttura stessa, intensificandosi o dissolvendosi lentamente. Ognuna si illumina indipendentemente passando da uno stato di traslucenza a una condizione di luminosità così forte da rendere la visione dell’opera quasi impossibile. Quando la luce lentamente si affievolisce, le colonne diventano trasparenti e gli spettatori possono intravedere i materiali di cui sono composte (cavi, trasmettitori, LED e l’armatura metallica che sorregge ogni elemento), guardandovi attraverso e scorgendo quelle retrostanti. Nelle forme, i pilastri richiamano l’architettura classica attraverso l’impiego delle linee dello stile dorico, contraddicendo al contempo l’idea stessa di colonna, essendo in realtà sospesi dal soffitto a pochi centimetri da terra, senza sostenere alcun elemento architettonico ma fluttuando nello spazio.

Nelle versioni presentate in altri contesti espositivi, l’opera è stata realizzata con lampade a luce incandescente, oggi non più in produzione e dunque testimonianza indiretta di come la nostra società produca oggetti di per sé obsolescenti. Come spiega l’artista: «Quando si ha a che fare con la produzione di certi tipi di luce ci si rende conto che, con l’affermarsi delle tecnologie emergenti – in particolare quelle legate alla luce artificiale – alcuni tipi di atmosfere appartengono al passato […] e che il mondo appare diverso in tempi differenti. […] In definitiva, la mia è una riflessione su come alcune tecnologie siano intrinsecamente legate all’obsolescenza».

Il titolo dell’opera apre a molteplici livelli interpretativi. La parte iniziale deriva da una stampa dell’artista concettuale e poeta Ian Hamilton Finlay (1925-2006) che consiste in una poesia concreta in cui la parola star (stella) viene declinata a formare un segno grafico che si chiude con il verbo steer (virare). Il termine tra parentesi allude invece a nozioni di fisica quantistica, in particolare al fotone, un conduttore di forze elettromagnetiche, tra cui la luce.

Composition for 37 Flutes (in two parts), 2018

Unica opera sonora collocata nelle Navate, Composition for 37 Flutes (in two parts) è una scultura trasparente composta da due coppie di tubi circolari concentrici da cui si irradiano 37 flauti di vetro. Come dei polmoni meccanici, due sistemi artificiali insufflano aria dall’ambiente circostante nei tubi, secondo una cadenza creata da un algoritmo predefinito. Passando attraverso i cilindri di vetro, l’aria produce un suono al limite tra armonia e dissonanza che richiama il ritmo della respirazione umana alternando momenti di inspirazione ed espirazione. Inoltre, le forme circolari di cui il lavoro si compone risultano appiattite secondo una prospettiva che richiama la pittura rinascimentale, in particolare la rappresentazione delle aureole, entrando in risonanza con i neon sospesi dell’opera adiacente Radiant Fold (…the Illuminating Gas).

Vincitrice dell’Hepworth Prize for Sculpture nel 2018, Composition for 37 Flutes (in two parts) è un’installazione site specific commissionata dal museo Hepworth Wakefield. In particolare, Cerith Wyn Evans si è ispirato alla forte relazione dell’edificio, costruito in prossimità del fiume Calder, con il sistema di chiuse che regolano il flusso fluviale e caratterizzano il paesaggio circostante. A Wakefield l’opera era alimentata dal sistema di pompe e dalle condutture che forniscono elettricità al museo a partire dalla corrente del fiume: la trasformazione dell’energia si traduceva in esperienza estetica, evocando la relazione tra organico e meccanico, tra il respiro e la voce e la potenzialità del suono di plasmare lo spazio.

Radiant Fold (…the Illuminating Gas), 2017-2018

L’opera consiste in una scultura luminosa che sovverte le coordinate spazio-temporali. Situata all’inizio delle Navate, l’opera ricorda una lente d’ingrandimento e introduce simbolicamente la serie di sculture al neon che fluttuano nello spazio. Radiant Fold (…the Illuminating Gas) è una citazione di due dei più celebri ed enigmatici lavori di Marcel Duchamp che hanno segnato la storia dell’arte del XX secolo. Le forme circolari di tubi al neon di cui si compone Radiant Fold sono trasposizioni tridimensionali di motivi presenti in La Mariée mise à nu par ses célibataires, même (La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche), realizzata da Duchamp tra il 1915 e il 1923 e nota anche come Le grand verre (Il grande vetro). Gli elementi circolari, presenti nella parte bassa del vetro e definiti da Duchamp come “Témoins oculistes” (Testimoni oculisti), richiamano dispositivi utilizzati in campo ottico. Mentre ne Il grande vetro Duchamp li rappresenta uno sopra l’altro, Cerith Wyn Evans si appropria di queste forme trasponendole e sospendendole nello spazio verticalmente, modificando il punto di vista da cui vengono osservati nella loro funzione originaria. Invece, l’espressione …the Illuminating Gas, che costituisce parte del titolo dell’opera, Evans riprende uno degli elementi presenti nell’installazione di Duchamp Étant donnés: 1° la chute d’eau, 2° le gaz d’éclairage… (Essendo dati: 1. La caduta d’acqua, 2. Il gas d’illuminazione…), in cui attraverso uno spioncino è possibile intravedere un diorama con una figura femminile illuminata dalla lampada a gas che lei stessa tiene in mano, ponendo lo spettatore nel ruolo di voyeur. Come spiega l’artista: «I Témoins oculistes di Marcel Duchamp sono emblematici della sua poetica in quanto l’artista ha verosimilmente tratto l’immagine dai cartoncini usati nei test per la vista da ottici e oculisti. Vi si coglie la pratica di deviare un elemento dalla sua traiettoria mediante un meccanismo percettivo, così da osservarlo da un’angolazione leggermente diversa e poi distorcerlo in una variante riflettente e bidimensionale. Le forme radiali ci appaiono quindi come se fossero state ribaltate mediante una proiezione assonometrica».

Neon Forms (after Noh), 2015-2019

Questa serie di opere al neon si presenta come un insieme intricato di linee rette, curve e forme geometriche complesse di varie dimensioni, che richiamano ideali flussi di energia. Come suggerito dal titolo, le sculture sono concepite in relazione al Noh, tradizionale forma di teatro giapponese con un repertorio codificato di gesti in cui il corpo dell’attore è calato in una dimensione rituale. La coreografia si svolge secondo azioni sceniche sintetizzate attraverso schemi di movimento chiamati “diagrammi dei kata“ (il termine giapponese kata si può tradurre con “metodo”). A partire da questi strumenti di notazione – che di per sé rappresentano una traduzione grafica del movimento – Cerith Wyn Evans traspone in disegni astratti di luce le gestualità del teatro Noh: i passi, le rotazioni della testa, il battere dei piedi sul pavimento, le posizioni del ventaglio o l’avvolgersi della manica del kimono.

Cerith Wyn Evans spesso attinge dall’estetica e dalla cultura tradizionale del Giappone alcuni concetti, quali l’asimmetria delle forme, la casualità, il limite come elemento compositivo e il ma. Quest’ultimo rappresenta un aspetto significativo dell’azione drammaturgica e il suo significato indica in giapponese sospensione, vuoto, pausa, nell’accezione di una dimensione spazio-temporale che accoglie come un’epifania il momento della creazione. L’artista li integra nell’intera mostra, ad esempio attraverso la sospensione come modalità espositiva, oppure mediante la dissoluzione di una prospettiva univoca. I movimenti del corpo rappresentati da un insieme di forme astratte – ovvero la coreologia – non vengono semplicemente riprodotti attraverso le sculture, ma sono soggetti a un processo di alterazione che comprime, distorce, ribalta, espande o flette le forme, così come avviene in numerosi lavori presenti in mostra. Questo espediente connota in particolare due nuove opere di questa serie – Neon Forms (after Noh VI) e Neon Forms (after Noh VII) entrambe del 2019 – che, in questa polifonia di luce, l’artista ha inserito come “coda” di Forms in Space… by Light (in Time) nel percorso espositivo in Pirelli HangarBicocca.

Forms in Space… by Light (in Time), 2017

Commissionata per le Duveen Galleries della Tate Britain di Londra nel 2017, Forms in Space… by Light (in Time) è composta da chilometri di tubi al neon sospesi al soffitto in cui si alternano linee curve e rette, forme astratte e altre più riconoscibili che riproducono tridimensionalmente disegni e gesti nello spazio espositivo. L’opera è stata riconfigurata per Pirelli HangarBicocca e diventa il fulcro energetico della mostra attorno a cui gravitano le altre opere come in una costellazione.

Originariamente strutturata in tre momenti, con il suo intrico di motivi, geometrie e arabeschi nello spazio, l’installazione coniuga astrazioni e codificazioni presenti anche in altre opere in mostra. La prima parte, entrando nella navata dall’ingresso, è una traslazione delle forme già presenti in Radiant Fold (…the Illuminating Gas) riconoscibili per il loro aspetto orbitale. La seconda, come le adiacenti sculture della serie Neon Forms (after Noh), prende ispirazione dai movimenti codificati del Teatro Noh rappresentati nei “diagrammi dei kata”.

Per la versione in Pirelli HangarBicocca, Cerith Wyn Evans ha aggiunto alla complessa scultura una quarta parte formata da due ulteriori opere al neon della serie Neon Forms (after Noh), definendole come la “coda” dell’installazione – termine mutuato dal linguaggio musicale – ovvero la sezione che serve da conclusione di un brano. Queste due sculture si relazionano tra loro ponendosi l’una come elevazione dell’altra, ma capovolta e specchiata. La “coda” inoltre è la compressione di una sezione centrale di Forms in Space… by Light (in Time) e al suo interno è possibile scorgere anche la formula della struttura della molecola di LSD sintetizzata nel 1938 dal chimico svizzero Albert Hofmann (1906-2008).

Il titolo esplicita l’essenza dell’opera – forme che impiegano la luce nello spazio attraverso il tempo – come spiega l’artista: «Ci sono molteplici chiavi interpretative e punti di accesso a questo lavoro. La cosa essenziale è che il mio punto di vista non è l’unico possibile. Si tratta innanzitutto di una sorta di spazio per la meditazione, di un luogo dove abbandonarsi alla contemplazione della trasmissione di energia. Penso che non abbiamo mezzi adeguati per elaborare una definizione convenzionale di che cosa significhi vivere nella fase rivoluzionaria dell’informatica né per cogliere gli scambi di energia che attraversano la superficie della Terra, fatta eccezione per le nostre fantasie su mondi paralleli. Ho cercato di creare uno spazio in cui le persone possano coabitare almeno in parte con queste cose».

C=O=N=S=T=E=L=L=A=T=I=O=N (I call your image to mind), 2010

Sospesa in prossimità dell’ingresso del Cubo, l’installazione è un grande mobile polifonico realizzato con casse direzionali e superfici riflettenti. I sedici dischi di cui si compone ruotano lentamente nell’aria e trasmettono montaggi sonori realizzati dall’artista utilizzando alcuni brani composti dai Throbbing Gristle, storico gruppo della musica industrial degli anni Settanta, combinati con tracce registrate da Evans, come sue composizioni al pianoforte o suoni captati da radiotelescopi in tutto il mondo. Questa sorta di “bagliori sonori” sono emessi entro un raggio acustico altamente direzionato, in cui messaggi criptati e frammenti musicali danno vita a una costellazione di frequenze che dialogano con scorci e riflessi generati sui diversi dischi specchianti. Ciascun suono è percepibile da una sola persona alla volta, così che lo spettatore è posto in un gioco di attrazione verso il movimento dell’opera e di solitudine all’interno di questo meccanismo. C=O=N=S=T=E=L=L=A=T=I=O=N (I call your image to mind) attiva infatti una strategia fatta di rifrazioni, giustapposizioni, sovrapposizioni, sovraincisioni, occlusioni e rivelazioni che mettono alla prova i parametri cognitivi del visitatore.

Le lettere che compongono la prima parola del titolo di questa come di altre opere sono cadenzate dalla presenza del simbolo “=”. L’inserimento di segni grafici, che di per sé non hanno una funzione fonetica, è un espediente a cui l’artista riscorre spesso per creare delle sospensioni e operare delle distorsioni linguistiche, richiamandosi al movimento poetico d’avanguardia Language poets nato negli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta.

E=C=L=I=P=S=E, 2015

L’opera rappresenta un orizzonte ideale ed è composta da un testo al neon sospeso diagonalmente nel volume del Cubo. Le frasi descrivono un’eclissi solare e la traiettoria del fenomeno che attraversa differenti aree geografiche in diverse ore del giorno, percorrendo un tragitto che ha inizio dalla costa settentrionale della Spagna, passando per la Penisola Iberica e il Nordafrica, per concludersi in Somalia. Rispecchiando la sensibilità dell’artista, il linguaggio utilizzato per evocare questo viaggio unisce un tono poetico a una precisa terminologia scientifica.

Per leggere e decifrare il contenuto del testo lo spettatore deve necessariamente camminare lungo l’opera. E=C=L=I=P=S=E richiama e attiva l’idea di movimento nelle sue diverse accezioni: il transito della luna davanti alla superficie del sole, lo spostamento del punto di vista geografico da cui il fenomeno dell’eclissi totale è percepibile dalla Terra e la possibilità per il visitatore di muoversi attorno all’opera. La luce emanata dai neon entra inoltre in relazione con i raggi solari che nelle ore diurne permeano quest’area dell’edificio. Secondo l’interpretazione dell’artista: «E=C=L=I=P=S=E è come una nota a margine di qualcosa che sta già accadendo nello spazio. È una semplice osservazione che avviene, curiosamente, in questa sorta di tempo parallelo lungo tutta la superficie del globo».

Il formato orizzontale dell’opera richiama le proporzioni della pittura di paesaggio, mentre la dimensione temporale si pone al centro dell’esperienza dell’installazione, che attiva una riflessione sul linguaggio. Le parole generano infatti una sorta di paradosso tra il punto di vista soggettivo con cui procede la narrazione e l’impossibilità che l’eclissi, visibile contestualmente da diverse aree geografiche dell’emisfero terrestre, venga percepita da un unico individuo. Il testo è inoltre un adattamento di una citazione tratta da un saggio di Dan Fox scritto in occasione di una mostra dell’artista Marc Camille Chaimowicz.

Mantra, 2016
S=U=T=R=A, 2017

Le due opere si compongono di due coppie di lampadari di oltre due metri di altezza sospesi al soffitto e realizzati in vetro di Murano soffiato su progetto di Galliano Ferro, storica vetreria veneziana. Le forme di entrambe provengono dall’archivio storico di Galliano Ferro: Mantra presenta motivi floreali pendenti, mentre S=U=T=R=A è costituita da forme lineari e geometriche il cui design è stato originariamente concepito per una moschea in Iran negli anni Settanta. I lampadari si illuminano a intermittenza seguendo il ritmo di una partitura musicale composta dall’artista che pervade lo spazio circostante, trasformando così il suono in luce. Il complesso meccanismo delle installazioni prevede che uno dei due lampadari si illumini per primo, determinando l’accensione del secondo. Entrambi i lavori consistono in due coppie di elementi identici e simmetrici ma diversi nelle proporzioni, dal momento che uno dei due è impercettibilmente più grande dell’altro. I lampadari inscenano un duetto: una delle due partiture, più breve dell’altra, genera un leggero fuori sincrono, così che ogni spettatore percepisce di volta in volta una composizione sonora e luminosa differente. Il reciproco dialogo delle due opere attiva uno scambio binario tra due entità e allude alla dialettica tra soggettività e macchina.

I termini “mantra” e “sutra” sono inoltre degli speech acts, ossia degli atti linguistici performativi: il mantra è una formula che, nella pratica della meditazione, viene ripetuta innumerevoli volte per raggiungere la massima concentrazione; “sutra” nella tradizione indiana si riferisce invece a un aforisma o a una raccolta di aforismi. Come degli avvertimenti, queste opere sono dei dispositivi che comunicano un messaggio, un codice il cui significato risulta celato.

Mantra e S=U=T=R=A appartengono a una serie di lavori realizzati dall’artista nell’ultimo decennio noti come Chandeliers (lampadari o lampade). Anche in questo caso si tratta di lampadari ispirati al lavoro di noti designer come Castiglioni o Venini, che spesso traducono testi in codice Morse in impulsi luminosi. Ogni Chandelier trasmette estratti di testi differenti – ad esempio di Madame de La Fayette, Judith Butler o William Blake fra gli altri – che un computer codifica lettera per lettera per poi trasmetterli ai lampadari.

Still life (In course of arrangement…), 2019

L’installazione è caratterizzata da palme e altre piante collocate su supporti rotanti che girano a velocità leggermente differenti, mentre due fari proiettano fasci di luce di diversa intensità, come in un film che si svolge in tempo reale. Un richiamo agli elementi di son et lumière diffusi a partire dalla seconda metà del XIX secolo, il movimento lento e quasi impercettibile degli oggetti e la proiezione delle ombre risultanti sulle pareti dello spazio evocano il potenziale immaginifico del cinema, superando i limiti della proiezione filmica.

Con questo lavoro Cerith Wyn Evans si rifà in modo esplicito alla pratica dell’artista Marcel Broodthaers e alla sua riflessione sulla storia coloniale del proprio paese di origine, il Belgio, attraverso l’impiego di piante esotiche in opere come Un Jardin d’Hiver (1974).