Descrizione Progetto

DAMIÁN ORTEGA

dal 05 Giugno 2015 al 08 Novembre 2015 – Spazio: SHED

“Casino” è la prima mostra personale in Italia dedicata a Damián Ortega, uno degli artisti più interessanti del panorama contemporaneo degli ultimi vent’anni. Con il suo lavoro ha esplorato l’idea di scultura attraverso l’impiego di oggetti comuni, sovvertendone il significato.
La mostra offre un ampio sguardo sulla pratica dell’artista che comprende sculture, installazioni, performance e film, ed è resa unica dal dialogo tra le diciannove opere e lo spazio dello Shed di HangarBicocca. Il fulcro del percorso espositivo è costituito dalla Beetle Trilogy, uno dei progetti più significativi dell’artista, un racconto “epico” sul maggiolino Volkswagen. Il suo lavoro è caratterizzato dall’utilizzo di materiali semplici e di recupero – come attrezzi e utensili – che l’artista rielabora per mettere in luce i suoi interessi: i sistemi di produzione, i processi di trasformazione della materia e l’entropia.
Con la sua pratica Ortega altera e decostruisce gli oggetti creando strutture che mettono a confronto i rapporti tra materia e forma, tra azione e pensiero. Tutta la sua produzione è pervasa da un personale e sottile senso d’ironia, che carica di significato e originalità le cose più banali in modo da veicolare con leggerezza anche i temi più impegnativi.
Damián Ortega nasce a Città del Messico nel 1967. Numerose istituzioni gli hanno dedicato mostre personali, tra cui l’ICA di Philadelphia (2002); la Tate Modern di Londra (2005), il Centre Georges Pompidou di Parigi (2008) e il MAM di Rio de Janeiro (2015). Ha partecipato a due edizioni della Biennale di Venezia (2003-2013); alla 4ª Biennale di Berlino e alla 27ª Biennale di San Paolo (2006), all’11ª Biennale dell’Avana (2012) e alla 12ª Biennale di Sharjah (2015).

CREDITI
Location: Pirelli HangarBicocca, Milano
Artista: Damián Ortega
Mostra: “Casino”
Allestimento: a cura di Vicente Todolí
Ingegnerizzazione: MOSAE srl
Team: Michele Maddalo, Alice Brugnerotto. Special consultant Stefano Monaco
Foto: Agostino Osio
Courtesy: Damián Ortega. Fondazione Pirelli HangarBicocca, Milano
Pictures in slideshow: vedute dell’installazione

Cosmic Thing (2002)

Utilizzando un Maggiolino Volkswagen del 1989, con Cosmic Thing [Cosa cosmica] Ortega approfondisce le ricerche sulle relazioni che intercorrono tra un oggetto e lo spazio in cui è inserito, mettendo in discussione la percezione delle cose quotidiane. In un’intervista l’artista racconta le circostanze che hanno portato alla creazione dell’opera: «Andai da un concessionario di auto e chiesi aiuto per smontare il Maggiolino. Tre ragazzi tra i quattordici e i quindici anni lo smantellarono con semplici attrezzi nel giro di quattro ore. Erano degli specialisti nel fare a pezzi le automobili. In Messico i furti d’auto e il traffico delle parti di ricambio alimentano un giro d’affari multimilionario». Servendosi del manuale di riparazione del Maggiolino, Ortega ha appeso ogni suo singolo componente nello spazio, creando uno schema esploso e tridimensionale dell’automobile. Nell’opera ogni elemento è sospeso a intervalli regolari sfidando le leggi della gravità. Con Cosmic Thing l’artista mette in luce le correlazioni e i rapporti di dipendenza tra i diversi frammenti del Maggiolino: «Il mio obiettivo era restituire la visione espansa di un oggetto. […] Durante la lavorazione capii l’importanza concettuale della tecnica e quanto essa sia correlata alla forma: l’opera è composta da tutte le fasi di questo processo».

Moby Dick (2004)

Moby Dick è una performance che si sviluppa come una vera e propria lotta fisica tra l’artista e la macchina, durante la quale Ortega tenta di controllare, mediante una serie di funi e di carrucole, la forza motrice di un Maggiolino bianco, che si muove “indomabile” su uno strato di grasso. Partecipa all’azione una band che esegue l’omonimo brano dei Led Zeppelin – con il leggendario assolo di batteria di John Bonham (1948-1980), uno dei più influenti batteristi della storia della musica rock – posizionata all’interno di uno spazio delimitato da tre cerchi intersecati, che riprende il simbolo scelto dal batterista per la copertina dell’album del 1971 in cui è stato pubblicato il pezzo. Il titolo dell’opera è anche una citazione del romanzo Moby Dick dello scrittore statunitense Herman Melville (1819-1891), pubblicato nel 1851. Come racconta Ortega: «Ho scelto di usare Moby Dick per creare un riferimento evidente tra l’automobile bianca e la balena bianca, come in un cartone animato… c’è qualcosa che ha a che fare con il mondo dei cartoon nell’immaginarla come un animale, una riflessione fantastica sulla potenza e la vastità della natura». Con quest’opera della trilogia l’artista analizza il rapporto tra uomo e natura nel contesto urbano e come questo si manifesta nell’espressione culturale contemporanea.

Hollow/Stuffed: market law (2012)

L’installazione replica l’immagine scoperta dall’artista in un quotidiano, in cui veniva riportata la notizia del ritrovamento di un sottomarino utilizzato dai Narcos per il trasporto di cocaina in Sud America. Il veicolo era realizzato con materiali di uso comune come la fibra di vetro. Ortega, affascinato da questo ritrovamento, produce in scala ridotta, un sottomarino costituito da numerosi sacchi alimentari biodegradabili ripieni di sale e appesi al soffitto mediante cavi d’acciaio. A un primo sguardo l’opera appare come un oggetto monolitico e incombente, ma osservandolo più attentamente si scopre che nella parte anteriore del sottomarino fuoriesce un flusso costante di sale, destinato a svuotare la materia al suo interno. L’incessante caduta della sostanza sul pavimento crea un cumulo dalla forma conoidale. Il titolo dell’opera Hollow/Stuffed: market law [Vuoto/imbottito: legge di mercato] richiama la poesia di T.S. Eliot (1888-1965) The Hollow Men (Gli uomini vuoti, 1925). Il concetto di “svuotamento” morale legato alla condizione dell’uomo moderno, tema del componimento di Eliot, rimanda a sua volta al romanzo di Joseph Conrad (1857-1924) Heart of Darkness (Cuore di Tenebra, 1899) e ai fallimenti del colonialismo. Il sottomarino, qui presentato come un oggetto privato delle sue funzioni e destinato al disfacimento, si relaziona con la storia del sale inteso come elemento in grado di modificare e sviluppare il sistema economico di un paese. Con questo lavoro Ortega fa un parallelo ironico tra il mercato sale e l’epoca coloniale: come un tempo questo era alla base del commercio, ai giorni d’oggi anche il traffico della droga è per molti paesi una fonte economica rilevante

Controller of the Universe (2007)

L’installazione si presenta come un’esplosione di centinaia di utensili da lavoro dall’aspetto datato – come seghe, piccozze e martelli – trovati dall’artista in diversi mercatini dell’usato di Berlino e sospesi in aria attraverso dei fili. Il centro di questo vortice di oggetti è contraddistinto da uno spazio vuoto accessibile allo spettatore da quattro vie d’ingresso, che, come degli assi cartesiani, dividono la struttura in altrettante sezioni equivalenti. In bilico tra spazi vuoti e volumi, Controller of the Universe [Reggente dell’universo] sembra mettere in discussione – come afferma l’artista – l’identità fisica di un oggetto: «L’opera relativizza il confine fra interno ed esterno: i limiti di uno spazio chiuso ed ermetico, oppure quelli di un volume e un corpo solido rispetto al contesto che li circonda». Il titolo del lavoro prende spunto dal controverso murale dell’artista messicano Diego Rivera (1886-1957) Man at the Crossroads realizzato su commissione nel 1933 per il Rockefeller Center di New York. A causa della presenza del ritratto di Lenin, inserito provocatoriamente da Rivera, l’opera fu distrutta e l’anno seguente venne rifatta dallo stesso artista per il Palacio de Bellas Artes di Città del Messico con il titolo El hombre controlador del universo. L’opera di Damián Ortega è basata sull’ambivalenza del rapporto tra uomo e tecnologia; sebbene l’artista sia affascinato dagli utensili e dai sistemi di produzione, con quest’opera mostra il suo scetticismo nei confronti di una fiducia eccessiva e indiscriminata dell’uomo contemporaneo nel progresso della tecnica.