Descrizione Progetto

DANIEL STEEGMANN MANGRANÉ

dal 12 Settembre 2019 al 19 Gennaio 2019 – Spazio: SHED

Il lavoro di Daniel Steegmann Mangrané (Barcellona, 1977; vive e lavora a Rio de Janeiro) si interroga sulla relazione tra cultura e natura. L’interesse dell’artista per la biologia lo ha portato a indagare complessi sistemi ecologici e a introdurre il mondo naturale all’interno delle sue opere. Nella sua pratica numerosi sono i riferimenti alla foresta pluviale in Brasile – come rami, foglie e insetti – che, uniti a forme geometriche e motivi astratti, aprono a riflessioni sulle complesse dinamiche tra gli elementi che ci circondano.
La sua prima esposizione in Italia presenta più di venti opere realizzate a partire dal 1998 a oggi, che spaziano tra film, ambientazioni in realtà virtuale, ologrammi 2D, sculture e installazioni. L’artista pone al centro del progetto di mostra la dimensione fisica e sensoriale dello spettatore, offrendo nuove visioni sull’intero corpus delle sue opere, messe in dialogo tra loro.
Il percorso espositivo è caratterizzato dall’alternarsi di esperienze materiali a situazioni immateriali, attraverso un’installazione site-specific realizzata con partizioni in tessuto bianco trasparente che ridefiniranno il carattere industriale di Pirelli HangarBicocca, accogliendo e rivelando le opere esposte. Come membrane fluttuanti, questi elementi dividono lo spazio in aree diverse consentendo al tempo stesso, con la loro trasparenza, una visione d’insieme immediata dell’intera mostra.
Alcune tra le più importanti istituzioni di rilievo internazionale hanno ospitato sue esposizioni personali, quali IAC – Institut d’art contemporain, Villeurbanne; Nottingham Contemporary, Nottingham (2019); CCS Bard College, New York, Fundació Antoni Tàpies, Barcellona, CAC, Vilnius (2018); Fundação de Serralves, Porto (2017); Medellín Museum of Modern Art, Antioquia, The Green Parrot, Barcellona (2016); Museu de Arte Moderna, Rio de Janeiro, Casa Modernista, San Paolo (2015); CRAC Alsace Centre Rhénan d’Art Contemporain, Altkirch (2014); Casa França Brasil, Rio de Janeiro (2013). I suoi lavori sono stati anche esposti in numerose mostre collettive, presso, ad esempio, Centre Pompidou-Metz, Metz, 14ma Biennale di Lione (2017); 9a Biennale di Berlino (2016); New Museum Triennial, New York, Kadist Art Foundation, Parigi (2015); 9a Biennale del Mercosul, Porto Alegre (2013); 30ma Biennale di San Paolo (2012).

CREDITI
Location: Pirelli HangarBicocca, Milano
Artista: Daniel Steegmann Mangrané
Mostra: “A Leaf-Shaped Animal Draws The Hand”
Allestimento: a cura di Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli
Ingegnerizzazione: MOSAE srl
Team: Michele Maddalo, Alice Brugnerotto, Maria Miranda
Foto: Agostino Osio
Courtesy: Pirelli HangarBicocca, Milano
Pictures in slideshow: vedute dell’installazione

Lichtzwang, 1998- in corso

Il termine tedesco Lichtzwang è di difficile traduzione e può essere spiegato come “costrizione alla luce”. L’artista attinge il titolo dall’omonima raccolta di poesie di Paul Celan (1920- 1970) – edita in Italia con il titolo Luce coatta – e mette a fuoco due aspetti fondamentali dell’opera: l’imposizione di una regola e la modulazione della luce attraverso la scomposizione del colore.

Le idee di margine e di limite sono punti chiave attorno ai quali è sviluppata questa serie di acquerelli, iniziata dall’artista nel 1998 e ancora in corso. Il modulo è un foglio di quaderno a quadretti di 21 x 15 cm su cui l’artista articola forme e colori sperimentando con le infinite possibilità date dalla quadrettatura del foglio e testandone i limiti costruttivi. Creando dei sottogruppi, Steegmann Mangrané investiga aspetti specifici come la variazione del colore oppure la modulazione di una struttura, che connotano un’intera sequenza per poi sparire in quella successiva, in cui si compie una trasformazione o emerge un nuovo ritmo compositivo: un approccio che gli ha poi permesso di sperimentare con variazioni, loop, permutazioni, tempo e durata. Per l’artista Lichtzwang rappresenta una sorta di matrice generativa: idee, forme e variabili che hanno preso vita in quest’opera sono poi state declinate in altri progetti attraverso medium diversi.

In Pirelli HangarBicocca è esposta l’intera serie, installata in una relazione dinamica con il display della mostra: gli acquerelli sono appesi lungo una partizione di tessuto dall’andamento curvo, così che il visitatore possa muoversi lungo la sequenza e al tempo stesso intravedere sullo sfondo le altre opere che hanno origine da Lichtzwang.

Orange Oranges, 2001

L’opera appartiene a un corpus più ampio di lavori con cui l’artista indaga i confini della percezione. Si tratta di un ambiente immersivo dalle dimensioni variabili il cui soffitto e pareti trasparenti sono costituiti da un filtro fotografico di colore arancione. Attraversando una tenda, il visitatore può accedere all’interno della struttura, dove trova a disposizione alcune sedute e un tavolo sul quale sono posti bicchieri, coltelli, spremiagrumi e arance fresche. L’opera invita lo spettatore a preparare una spremuta e a berla in un’atmosfera pervasa dal colore arancione. Usciti dall’ambiente, si avverte lo spazio in modo straniante per effetto di una compensazione cromatica che si accentua in proporzione al tempo trascorso dentro l’opera. La riduzione dello spettro cromatico ha infatti interferito con la visione: assuefatto alla pervasività del colore arancione, lo spettatore percepisce lo spazio esterno come se fosse tinto di blu.

Orange Oranges sottolinea e sovverte dualità e categorie di pensiero quali interno-esterno e soggetto-oggetto che caratterizzano il nostro modo di percepire la realtà. In questa relazione, il filtro fotografico è assimilabile a una membrana attraverso cui informazioni e sensazioni vengono proiettate dall’interno all’esterno e viceversa.

16mm, 2007-2011

Il senso di densità e quasi di sopraffazione del paesaggio naturale della foresta pluviale è al centro del film 16mm, opera che più di ogni altra fra quelle in mostra racconta la vicinanza dell’artista al cinema strutturalista. Diffuso a partire dagli anni Sessanta negli Stati Uniti, questo movimento ha teorizzato l’annullamento di ogni funzione illusoria e seduttiva del racconto cinematografico a favore di realizzazioni che riflettono sulla specificità della pellicola e dei suoi meccanismi di ripresa e di proiezione. Nel film di Steegmann Mangrané una cinepresa manipolata con l’aiuto di un ingegnere si addentra nella foresta spostandosi lungo un cavo sospeso, la cui misura corrisponde alla lunghezza standard di una pellicola in 16mm. La velocità di scorrimento della cinepresa è pari a quella con cui la celluloide si muove all’interno della bobina durante la ripresa; come spiega l’artista: «Ogni metro di pellicola girata corrisponde esattamente a un metro di percorso nella foresta». In questo modo i due movimenti e le due distanze si sovrappongono e sono messi in relazione attraverso un moto meccanico. Questa progressione restituisce una lunga panoramica sia dell’immagine di una vegetazione fitta e selvatica sia del suono intenso del fogliame e dei ronzii degli insetti. L’opera offre un’esperienza allo stesso tempo fisica e mentale in cui l’addentrarsi nella foresta segue un andamento longitudinale ben definito.

Elegancia y Renuncia, 2011

In Elegancia y Renuncia l’immagine della foresta si manifesta attraverso la presenza della foglia, che come una sorta di modulo rappresenta la complessità dell’intero ecosistema. Essiccata e appiattita, è sorretta da un sottile sostegno verticale disegnato dall’artista come se si trattasse di un esemplare proveniente da una collezione botanica. L’opera ha origine dal taglio inteso come gesto creativo: da vicino è possibile notare che la superficie è incisa secondo disegni circolari, illuminati da un proiettore situato in prossimità. La sagoma della foglia si staglia in negativo sul corpo del visitatore che si avvicina al lavoro e i suoi contorni si dissolvono gradualmente.

Geometric Nature/Biology, 2011

L’opera demarca il passaggio dall’atrio allo spazio espositivo e costituisce una sorta di leitmotif, richiamando la tensione tra animato e inanimato che ricorre in tutta la mostra attraverso le figure del ramo e dell’insetto stecco, elementi che sembrano essere l’uno il corrispettivo dell’altro.

L’idea di interrelazione è visivamente esplicitata nella scultura in cui due sezioni di ramo tagliato longitudinalmente a metà sono sospese orizzontalmente all’interno di fili tesi dal pavimento al soffitto, suggerendo un incontro tra forme naturali e artificiali. In una condizione di sospensione e stasi, il ramo sezionato oscilla lievemente in risposta all’ambiente, quasi riacquisendo il movimento originario.

Spiral Forest (Kingdom of all the animals and all the beasts is my name), 2013-2015
Spiral Forest (Gimbal), 2014

Il film Spiral Forest (Kingdom of all the animals and all the beasts is my name) è girato con una cinepresa 16mm incorporata a una sospensione cardanica modificata, meccanismo usato fin dall’antichità per la costruzione di bussole e orologi per navi in grado di mantenere un oggetto fisso nonostante le oscillazioni. Il supporto permette un movimento di 360 gradi della cinepresa durante la ripresa. Come per 16mm (2007- 2011) i movimenti rotatori della macchina da presa sono generati dallo stesso motore che fa scorrere la pellicola al suo interno, facendo sì che la ripresa e l’andamento oscillatorio siano sincronizzati. Spiral Forest (Kingdom of all the animals and all the beasts is my name) presenta un ritratto disorientante della Mata Atlântica, in cui elementi come foglie, rami e arbusti sono ripresi da angolazioni inusuali, restituendo l’idea di un paesaggio straniante. Il silenzio delle immagini contrasta con il rumore meccanico del proiettore e con la vividezza della vegetazione tropicale e induce lo spettatore a concentrarsi sul moto continuo della ripresa. Nel film emerge in modo preponderante l’idea di spirale come qualcosa che introduce cambi di prospettiva, richiamando opere di Land Art tra cui l’iconica Spiral Jetty realizzata nel 1970 da Robert Smithson nel Great Salt Lake, Utah, e le riprese di Michael Snow La Région Centrale (1971). In mostra l’artista ha posizionato l’opera Spiral Forest (Gimbal) (2014), meccanismo appositamente creato per le riprese del film.

Phantom (Kingdom of all the animals and all the beasts is my name), 2015

Per quest’opera, l’artista crea una ricostruzione virtuale immersiva della Mata Atlântica. Indossato un visore, il visitatore si trova in un ambiente tridimensionale in bianco e nero che riproduce in ogni dettaglio un’area della foresta. Restituendone la biodiversità, l’immagine spettrale trasporta lo spettatore nel contesto tropicale e contemporaneamente annulla la sua presenza fisica: guardando in basso verso i piedi, il visitatore può infatti vedere solo piante e vegetazione. Ed è proprio la smaterializzazione del corpo del visitatore a essere al centro dell’opera in un rapporto che sovverte la percezione spaziale: chi sta indossando il visore, inconsapevole di ciò che accade attorno, è a sua volta oggetto degli sguardi delle altre persone in mostra. Come dichiara la curatrice Lauren Cornell: «Ci si sente circondati, dissolti in un ambiente sensibile». Phantom (Kingdom of all the animals and all the beasts is my name) non è concepito per restituire una replica fedele della realtà, ma vuole rendere consapevole lo spettatore di una dislocazione. L’immagine sembra trasformare l’elemento vegetale in un dato scientifico, compiendo una sorta di atto di «preservazione digitale» di una delle zone più ricche del Brasile dal punto di vista della biodiversità e oggi in serio pericolo.

Morfogenesis-Cripsis, 2019

L’opera è un disegno a parete il cui aspetto richiama una griglia concettuale e a uno sguardo più ravvicinato svela che la fitta tramatura di linee colorate ha come modello le sagome di vari rami, anch’essi presenti all’interno del reticolo. Il titolo richiama il termine di matrice greca “morfogenesi” (morphé = forma; genesis = origine), che indica il processo che porta allo sviluppo di una determinata forma o struttura; in biologia tale evoluzione è riconducibile a quella di un organismo. La parola cripsis (in italiano “criptismo”), che completa il titolo dell’opera, fa riferimento alla capacità mimetica di molti animali. Ponendo l’interrogativo «Non sono forse la forma, il movimento e il linguaggio il nostro modo di dissolverci nel mondo?», lo scrittore e antropologo francese Roger Caillois (1913-1978), altra figura di riferimento per l’artista, sembra evocare il processo di trasformazione e mimetismo alla base di quest’opera e che ricorre in diversi lavori in mostra.

Hologramas, 2013

L’olografia è un’altra tecnica che Steegmann Mangrané impiega per attivare lo sguardo dello spettatore ed esplorare modalità di proiezione. Dislocati nello spazio espositivo, diversi ologrammi raffiguranti altrettanti soggetti offrono un’immagine cangiante. Con l’olografia è possibile infatti registrare un campo luminoso per poi riprodurre su un supporto bidimensionale un’immagine tridimensionale. In alcuni degli ologrammi l’insetto stecco è visibile tra forme geometriche, mentre in altri è il ramo a essere messo in risalto in contrasto con forme bianche triangolari.

A Transparent Leaf Instead of the Mouth, 2016-2017

L’opera nasce dall’interesse dell’artista per il rapporto tra dissoluzione e appartenenza. Come per Phasmides (2012) Steegmann Mangrané presenta nuovamente il fasmide come metafora per mettere in discussione i confini tra il soggetto e l’ambiente in cui vive e le relazioni di interdipendenza che si instaurano. A Transparent Leaf Instead of the Mouth è una struttura in vetro dalle forme ondulate simili ai terrari utilizzati nei musei di storia naturale. L’installazione ospita piante e animali, ricreando un ecosistema in cui arbusti autoctoni convivono con creature come insetti stecco, insetti foglia e mantidi, che si mimetizzano con l’ambiente circostante. Strumento di visione, A Transparent Leaf… attiva un doppio movimento: gli animali si mimetizzano mettendo in atto una strategia di immobilità che induce i visitatori a muoversi intorno al terrario per cercare di distinguerli dal paesaggio naturale. Come all’interno di una vera foresta, il dispositivo genera l’esperienza di meraviglia e stupore legata ai momenti di scoperta e sorpresa di fronte agli insetti. Si tratta di un ecosistema in cui ogni elemento è strettamente dipendente dagli altri e nel corso della mostra muta seguendo le proprie regole, in un processo di incessante trasformazione che lo libera da interpretazioni univoche. La costante metamorfosi emerge dalle parole dell’artista, che definisce l’opera «un paesaggio linguistico che si scrive da sé» o ancora come «un esperimento di biologia e semiotica». La presenza di esseri viventi all’interno di un’opera apre così a una riflessione più ampia sullo statuto dell’oggetto artistico, concepito come in continua evoluzione e il cui significato muta a seconda della temporalità e dello spazio in cui viene presentato. L’opera indaga inoltre il ruolo degli elementi naturali nei contesti d’arte che possono dare origine a nuovi linguaggi e a molteplici letture della realtà circostante.

Upsylon, 2013

Basata sui movimenti ripetitivi dei lavoratori sulla stessa piattaforma petrolifera di Quebreira, la scultura in acciaio dipinto è composta da tre moduli interconnessi e può essere ricombinata in decine di modalità diverse. L’opera è posta in uno spazio liminale, approfondendo e mettendo in discussione le questioni legate a configurazione, ripetizione e trasformazione che ricorrono nell’intera mostra. Il titolo allude alla lettera ypsilon, la ventesima dell’alfabeto greco (Y) che era posta all’ingresso della Scuola Pitagorica, il cui simbolo indicava le due possibili scelte di percorso fra vizio e virtù. Il lavoro attiva un processo linguistico in cui la lettera è trasposta visivamente in un modulo scultoreo.