Descrizione Progetto

JUAN MUÑOZ

dal 09 aprile 2015 al 30 agosto 2015 – Spazio: NAVATE

HangarBicocca presenta “Double Bind & Around”, la prima mostra personale in Italia dedicata a Juan Muñoz, a cura di Vicente Todolí. L’artista, scomparso nel 2001, è stato uno dei protagonisti della scultura contemporanea degli ultimi due decenni del Novecento.
In occasione dell’esposizione in HangarBicocca viene riallestita la sua opera più importante, Double Bind, realizzata nel 2001 per la Turbine Hall della Tate Modern di Londra e mai esposta al pubblico successivamente.
La mostra – che comprende numerose tra le opere più significative di Juan Muñoz, fra le quali The Wasteland e Many Times – è un’importante occasione per conoscere il lavoro di un grande artista che ha saputo reinterpretare la tradizione della scultura classica alla luce delle avanguardie del Novecento.
Conosciuto soprattutto per le sue sculture in papier maché, resina e bronzo, Juan Muñoz si è spesso interessato anche alla scrittura e alle arti sonore, creando composizioni per la radio e audio pieces. L’opera di Juan Muñoz (1953-2001) reintroduce la figura umana al centro dello spazio architettonico e scultoreo. Marionette, acrobati, ventriloqui, nani e ballerine sono alcuni dei personaggi che popolano i suoi lavori a fianco di figure anonime la cui presenza rimanda a scenari ambigui e contradditori. Numerose istituzioni internazionali gli hanno dedicato importanti retrospettive fra cui l’Hirshhorn Museum & Sculpture Garden, Washington DC (2001), il Museum of Contemporary Art, Los Angeles (2002), The Art Institute of Chicago (2002), il Contemporary Arts Museum, Houston (2003), il Musée de Grenoble, Grenoble (2007), la Tate Modern, Londra (2008) e il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid (2009).

CREDITI
Location: Pirelli HangarBicocca, Milano
Artista: Juan Muñoz
Mostra: “Double Bind&Around”
Allestimento: a cura di Vicente Todolí
Ingegnerizzazione: MOSAE srl
Team: Michele Maddalo, Alice Brugnerotto.
Foto: Attilio Maranzano
Courtesy: Fondazione Pirelli HangarBicocca, Milano; The Estate of Juan Muñoz, Madrid
Pictures in slideshow: vedute dell’installazione

The Wasteland (1986) – Waste Land (1986)

Entrambe le opere – poste in maniera contigua nello spazio espositivo di HangarBicocca – sono caratterizzate dalla presenza di un pupazzo da ventriloquo e da un pavimento di grandi dimensioni composto da pattern geometrici colorati. In un percorso che supera il concetto di ripetizione e oggettualità al centro delle indagini del Minimalismo, la superficie modulare del pavimento richiama le illusioni ottiche e spettacolari del Barocco. In The Wasteland [La terra desolata] il pupazzo è posizionato su una mensola di metallo con i piedi che sembrano penzolare nel vuoto, mentre in Waste Land [Terra desolata] la figura è poggiata in cima a un muro di piccole dimensioni. L’artista gioca con le coordinate spaziali e con gli espedienti illusori per indurre a una riflessione sullo spazio espositivo, sulla presenza dell’osservatore e sulla distanza tra quest’ultimo e il pupazzo da ventriloquo, dando vita a una tensione psicologica tra i due soggetti. Se da una parte lo spettatore è attratto dai giochi ottici del pavimento, dall’altra la presenza della figura crea una situazione straniante che ribadisce la distanza tra l’osservatore e l’oggetto. I titoli delle opere sono un esplicito riferimento al poema The Wasteland (La terra desolata) di T.S. Eliot, scritta tra il 1915 e il 1922 e strettamente legata al senso di spaesamento e distruzione provocato dalla Prima guerra mondiale. Il pupazzo da ventriloquo è la prima figura antropomorfa a entrare nel lavoro di Muñoz. Quest’ultimo è un “sostituto” della figura umana in uno stato di perenne attesa. Ciò che affascina l’artista è il rapporto con la parola e la narrazione implicito in questo personaggio: «Un ventriloquo è sempre un narratore, ma anche il pupazzo senza il ventriloquo può diventare un narratore. Se ne sta seduto, in attesa che gli si ordini di dire qualcosa. Non parla, eppure la sua identità gli conferisce la capacità di raccontare una storia».8 La fascinazione per questa entità ambigua può essere ricondotta al dipinto Ritratto di Henri Michel-Lévy nel suo studio (1878) di Edgar Degas, che Juan Muñoz ha avuto modo di vedere alla collezione Gulbenkian a Lisbona, nel quale un uomo è ritratto con un manichino. Originariamente questi lavori erano costituiti da pavimenti optical realizzati con vernici o mattonelle in ceramica colorate e solo successivamente l’artista ha utilizzato il linoleum, sfruttando le possibilità di lavorazione seriale del prodotto.

Conversation Piece (1996)

Conversation Piece è composta da un gruppo scultoreo di cinque figure in resina e poliestere. Come per le altre opere della serie la parte inferiore dei corpi è appesantita da involucri sferici che ricordano, per voluminosità e superficie, dei sacchi di sabbia. Nell’insieme le figure sono descritte mentre interagiscono fisicamente tra di loro. La tacita conversazione tra i due personaggi al centro della composizione spaziale costituisce il punto attorno a cui gravitano le altre figure. Un terzo individuo sembra protendersi verso il centro dell’azione ma è vistosamente trattenuto da una quarta figura che lo controlla cingendogli il busto con un cavo di metallo. Un quinto personaggio segue la scena leggermente in disparte. Nell’opera le figure si relazionano tra loro dando vita a un complesso rapporto spaziale che esclude ogni possibile coinvolgimento emozionale con l’osservatore: «[Le figure] non coesistono nello stesso spazio come l’osservatore. Sono più piccole delle dimensioni reali. C’è qualcosa nelle loro fattezze che le rende diverse, e questa diversità fa sì che lo spettatore venga escluso dallo spazio che esse occupano».

The Nature of Visual Illusion (1994-1997)

The Nature of Visual Illusion [La natura dell’illusione ottica] è una delle composizioni scultoree più enigmatiche di Juan Muñoz. L’opera è composta da uno sfondo pittorico in cui sono raffigurate grandi tende monocrome e da quattro figure, quasi identiche, dai lineamenti tipicamente asiatici che interagiscono fisicamente e psicologicamente l’un l’altra, in un complesso gioco di equilibri e di distanze. Staccata dal nucleo centrale, in cui tre personaggi sembrano assorti in discorsi misteriosi, si trova una quarta figura che osserva la scena con un ghigno beffardo. Lo spazio dell’opera si delinea attorno al rapporto tra realtà e illusione. Lo sguardo dello spettatore, infatti, è ingannato dal trompe-l’œil, tecnica pittorica che ricrea su una superficie bidimensionale uno spazio tridimensionale fittizio. Il suo utilizzo è un chiaro richiamo all’esperienza del Barocco, una delle maggiori fonti di riferimento del lavoro di Juan Muñoz. Oltre a giocare con gli aspetti architettonici dello spazio espositivo la presenza quasi teatrale delle tende suggerisce l’esistenza di uno spazio nascosto e inaccessibile, accrescendo il profondo senso di isolamento dello spettatore di fronte a una situazione riconoscibile ma inafferrabile.

Hanging Figure:
Hanging Figure (1997)
Two figures one laughing at one hanging (2000)

Oltre al lavoro sugli elementi architettonici, alla ricerca sui giochi ottici e agli aspetti illusori, presenti in opere come The Wasteland e The Nature of Visual Illusion, le figure di Muñoz pongono lo spettatore di fronte a una riflessione sul significato del guardare, dell’essere guardati e del guardare sé stessi. Con Hanging Figure [Figura appesa], Juan Muñoz introduce un nuovo aspetto legato alla fruizione delle opere: la verticalità. Come egli stesso afferma: «Si può parlare della verticalità da un punto di vista formale ma anche simbolico. La verticalità delle figure appese […] era un espediente per riflettere sulla gigantesca distorsione che si verifica quando si guarda verso l’alto». Appese al soffitto dello spazio espositivo, le Hanging Figure sono caratterizzate da corpi descritti in posizioni contorte e precarie. Sospese nel vuoto grazie a cavi metallici che fuoriescono direttamente dalla bocca, oppure appese a testa in giù con una corda alla caviglia, le figure riportano alla memoria le immagini dei corpi giustiziati presenti nel ciclo Los Desastres de la Guerra (1810-1820) del celebre pittore Francisco Goya (1746-1828). La serie è costituita da figure solitarie – come in Con la corda alla bocca (1997) o Figure Hanging from One Foot [Figura appesa per un piede] (2001)– ma anche da coppie scultoree che intrattengono una relazione più intensa con lo spazio e con lo spettatore. I corpi di Hanging Figures (1997), ruotano incessantemente su sé stessi, mentre Two figures one laughing at one hanging [Due figure: una ride di quella appesa] (2000) è caratterizzata dalla presenza di due sculture: una sul pavimento e l’altra appesa al soffitto. Infine, la posa delle figure sembra rimandare al dipinto di Edgar Degas Mademoiselle La La au cirque Fernando (1879). L’opera raffigura il corpo femminile di un’acrobata circense sorretta nel vuoto con una corda tra i denti. La scena è descritta attraverso un ardito scorcio dal basso e rispecchia le ricerche sulla raffigurazione del corpo in movimento del pittore francese.

Ventriloquist Looking at a Double Interior (1988-2000)

In Ventriloquist Looking at a Double Interior [Ventriloquo che osserva un doppio interno] è presente il calco del pupazzo da ventriloquo poggiato sulla cima di una piccola parete in legno mentre osserva due tele appese, poste di fronte. I disegni – esposti uno accanto all’altro – sono realizzati con gesso bianco su un tessuto nero comunemente impiegato per la produzione di impermeabili. Entrambi i disegni raffigurano, in modo pressoché realistico, l’interno di un appartamento visto da due punti di vista opposti: la tela di sinistra riproduce la visione frontale del divano – presente in primo piano in entrambe le tele – mentre quella di destra ne mostra il retro. Questo lavoro segna l’inizio dei Raincoat Drawings [Disegni di impermeabili], una serie di circa quaranta disegni realizzati con la medesima tecnica e materiali, in cui Muñoz ritrae oggetti e mobili ordinari – come sedie, letti o divani – all’interno di scene domestiche prive di figure umane. Questi ambienti, a metà strada tra sogno e realtà, rimandano a un aspetto biografico dell’artista, che a proposito di questi lavori ha commentato: «Da bambino, quando rientravo a casa, talvolta mia madre, non so per quale motivo, aveva spostato i mobili da una stanza all’altra. Così, arrivavi a casa aprivi la porta della tua camera e scoprivi che quella che era la tua stanza non lo era più; era diventata di tuo fratello. […] Sono cresciuto con questa esperienza di dislocazione. Sei a disagio e tuttavia la situazione ti appare come del tutto normale. Penso che la relazione fra ciò che è normale e ciò che è disturbante faccia parte del territorio che esploro con questo lavoro». In Ventriloquist Looking at a Double Interior il pupazzo da ventriloquo assume un ruolo di rilevo nelle dinamiche legate alla narrazione e al suono. La bocca del manichino si apre e si chiude in un ritmo meccanico quasi impercettibile, senza emettere alcun suono. Il semplice movimento aumenta il senso di straniamento legato a questa figura che, distaccata dal contesto che lo circonda, porta avanti instancabilmente il suo monologo interiore. La prima versione dell’opera è stata presentata nella mostra collettiva presso il Maatschappij Arti et Amicitiae di Amsterdam nel 1988. Successivamente, Muñoz ha creato due nuove tele per l’opera e ha dotato di movimento la bocca del pupazzo in occasione della sua mostra personale all’Hirshhorn Museum & Sculpture Garden di Washington nel 2001.

Double Bind (2001)

Ricostruita per la prima volta dopo più di quattordici anni, la struttura di Double Bind [Doppio legame], presentata nel 2001 alla Tate Modern di Londra, è stata riadattata per gli spazi industriali di HangarBicocca mantenendo gli elementi e le proporzioni del progetto originario. Nella sua vastità, l’opera ricopre la lunghezza di tre campate, la larghezza di due navate e l’intera altezza dello spazio espositivo per un’area complessiva di 1500 metri quadrati. Formata da tre livelli, che dividono verticalmente l’intera area della struttura espositiva, l’opera è composta da due ascensori che attraversano e collegano i suoi piani in un moto perpetuo senza trasportare alcun passeggero. Tramite una scala lo spettatore può salire su un balcone e dalla sua sommità osserva l’opera caratterizzata da una vasta superficie piana sulla quale sono dipinti dei pattern geometrici ottici. Alcuni di questi motivi contengono cavedi che collegano l’ambiente più basso della struttura con quello superiore. L’illuminazione di quest’area accentua l’ambiguità visiva dello spazio, caratterizzato da vuoti reali e illusori. Il pianterreno ricorda invece gli ambienti oscuri e alienanti di un parcheggio sotterraneo, contraddistinti da un pervasivo senso di controllo e sorveglianza. Percorrendo questo spazio, l’osservatore scopre l’esistenza di un ulteriore livello ricavato dai buchi della superficie che sovrasta la struttura ed è racchiuso tra i due piani. Questi vuoti sono abitati da figure in resina che si affacciano dai vari condotti e sembrano osservare lo spettatore. Le statue, assorte o in contemplazione, sono inserite all’interno di ambienti sinistri, caratterizzati da griglie e finestre serrate, che sembrano non appartenere ad alcun tempo e ad alcun luogo. «Penso che sia questa mancanza di identità a renderle così interessanti. Sono cariche di emozioni e tuttavia così anonime […]; rappresentano uno spazio di transizione, di passaggio, da utilizzare e poi abbandonare.»

Come in alcuni lavori precedenti dell’artista, tra cui The Wasteland e The Nature of Visual Illusion, Double Bind è fondata sul rapporto tra visibilità e invisibilità, tra reale e immaginario, e sull’ambiguità dei limiti tra spazio architettonico e spazio pittorico. A proposito di quest’opera Muñoz ha affermato: «Non mi interessa la scenografia. È una scultura che include sculture e molteplici punti di vista. È un ambiente anonimo, una sorta di spazio sotterraneo dilatato simile a un parcheggio, un luogo molto familiare. È un ambiente tipico della nostra epoca […]; un genere di spazio architettonico di recente concezione che è insito alla contemporaneità». Il titolo dell’opera fa riferimento alla teoria del “doppio legame” (double bind) enunciata dell’antropologo e filosofo Gregory Bateson e successivamente sviluppata dalla scuola di psicologia statunitense di Palo Alto alla fine degli anni Cinquanta. La teoria riguarda le incongruenze comunicative che possono sorgere tra individui, che comportano una confusione nella distinzione tra discorso e intenzioni reali percepite nel ricevente del messaggio. Con Double Bind Juan Muñoz raggiunge la massima complessità nell’articolazione tra ambiguità spaziale e ambivalenza espressiva che ha contraddistinto, per oltre un ventennio, tutta la sua produzione artistica.

Many Times (1999)

Many Times [Molte volte] è uno dei maggiori gruppi scultorei realizzati da Juan Muñoz ed è composta da numerose figure anonime, i cui lineamenti del volto rimandano all’oriente. L’opera è stata concepita dall’artista per essere esposta o a gruppi di cinquanta o a gruppi di cento sculture, a seconda del contesto espositivo. Tutte le figure sono prive di piedi, hanno una statura leggermente inferiore rispetto a quella reale e, nonostante siano tutte diverse, sono accomunate da una forte somiglianza. Le loro teste derivano da un unico stampo modellato sulle fattezze di un busto in ceramica Art Nouveau del XIX secolo. Ciascuna è ritratta con un ghigno sarcastico, che sembra sfidare direttamente lo sguardo dello spettatore. Ritratte in pose e atteggiamenti differenti, le figure formano una platea densa e straniante: se da una parte gli individui sembrano interagire tra di loro, dall’altra ciascuno di essi risulta autonomo e indipendente dal contesto in cui è inserito. Il confronto con l’altro è uno degli elementi centrali dell’opera di Muñoz, che con questo lavoro interviene sulle dinamiche psicologiche dello spettatore; come egli stesso afferma: «Lo spettatore diventa molto simile all’oggetto della sua osservazione, quasi che colui che osserva diventasse colui che viene osservato».17 Immerso nella folla, l’individuo è chiamato a confrontarsi con un senso di solitudine e di smarrimento di fronte a ciò che percepisce come estraneo e “altro” da sé. Durante le diverse esposizioni del lavoro Juan Muñoz ha variato la disposizione delle sculture nello spazio. Per esempio al Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk, Danimarca (2000) esse erano collocate sul rialzamento perimetrale della stanza e si affacciavano verso il centro dello spazio dove si trovava lo spettatore, mentre alla mostra presso The Art Institute of Chicago del 2001-2002, le figure erano disposte su una rampa, così da poter essere osservate da due diversi piani.