Descrizione Progetto

KISHIO SUGA

dal 30 Settembre 2016 al 5 Febbraio 2017 – Spazio: NAVATE

“Situations” è la prima retrospettiva dedicata da un’istituzione europea a Kishio Suga (Morioka, Giappone, 1944), figura chiave dell’arte contemporanea giapponese. La mostra, a cura di Yuko Hasegawa e Vicente Todolí, raccoglie nello spazio delle Navate di Pirelli HangarBicocca oltre venti installazioni realizzate da Suga dal 1969 fino a oggi e da lui riadattate per l’occasione.
Personalità di spicco di Mono-ha, gruppo artistico nato alla fine degli anni Sessanta, Kishio Suga inizia a esporre le sue opere in un contesto di grande fermento culturale per il Giappone, così come a livello internazionale, con la nascita di movimenti come la Post-Minimal Art e la Land Art negli Stati Uniti e l’Arte Povera in Italia.
Nel 1978 l’artista viene invitato a rappresentare il suo paese alla Biennale di Venezia, mostrando in Occidente il suo linguaggio che unisce una relazione profonda con la natura a una ricerca sui materiali e sullo spazio.
La mostra riunisce un insieme di opere ripensate e riadattate dall’artista in funzione dell’architettura industriale di Pirelli HangarBicocca, creando un intenso legame con i vasti spazi delle Navate e dando vita a un unico percorso dove convivono leggerezza e incombenza, linearità e tensione, solidità e immaterialità. I lavori di Suga si configurano come interventi temporanei che hanno la durata della mostra, site-specific nello spazio e nel tempo. “Situations”, si presenta come un paesaggio costituito da elementi organici e industriali – come ferro, zinco, legno, pietre e paraffina – spesso ricercati in loco. Le opere installate in Pirelli HangarBicocca acquisiscono, dunque, nuove qualità e caratteristiche che le rendono diverse da qualsiasi precedente installazione.

CREDITI
Location: Pirelli HangarBicocca, Milano
Artista: Kishio Suga
Mostra: “Situations”
Allestimento: a cura di Yuko Hasegawa, Vicente Todolí
Ingegnerizzazione: MOSAE srl
Team: Michele Maddalo, Alice Brugnerotto, Anna Colombo. Special consultant Stefano Monaco
Foto: Agostino Osio
Courtesy:
Law of Multitude: Kishio Suga, Guggenheim Abu Dhabi, Pirelli HangarBicocca, Milano
Left-Behind Situation: Kishio Suga, Glenstone Foundation, Potomac, Maryland, Pirelli HangarBicocca, Milano
Exposed Realm: Kishio Suga, Blum & Poe, Los Angeles/New York/Tokyo, Pirelli HangarBicocca, Milano
Situations: Pirelli HangarBicocca, Milano
Pictures in slideshow: vedute dell’installazione

Critical Sections (Setsu no rinkai), 1984/2016

Il percorso espositivo si apre con l’opera Critical Sections. A partire dal soffitto dello spazio espositivo, e per tutta la sua altezza, Suga tende e intreccia diversi tessuti bianchi e neri, intervallati da rami, formando un’unica fune che si collega a lastre di zinco sul pavimento. Attraverso un processo di tensione e allentamento, l’artista crea quella che definisce una “situazione” (jōkyō), in cui vengono messi in evidenza i legami esistenziali tra i diversi materiali che compongono l’opera e lo spazio circostante. Nella pratica di Suga, infatti, assume un ruolo centrale il concetto di interdipendenza tra oggetti (mono) differenti, come modalità per creare un’unica entità, che permette al visitatore da una parte di osservare nella sua interezza l’ambiente circostante – dall’alto al basso – dall’altra di percepire uno spazio non-visibile, generato dalla presenza dell’opera d’arte.

Suga ha concepito questo lavoro per il Museum of Modern Art di Toyama nel 1984, dove le funi di tessuto partivano dal lucernario del museo, stabilendo una connessione fra lo spazio interno e quello esterno dell’edificio.

Fieldology, 1974/2016

In Fieldology un muro di funi tese unisce due pareti dello spazio espositivo creando un angolo inaccessibile. Sulla sommità del muro sono ammucchiati numerosi frammenti di corda, il cui peso sulla struttura dissolve la tensione creata dall’artista. Nell’angolo alcune bobine di corda sono impilate l’una sull’altra e appoggiate alla parete in equilibrio precario. Kishio Suga utilizza le caratteristiche fisiche e funzionali del materiale – come la malleabilità e la flessibilità – per creare una jōkyō (situazione) in cui siano rese evidenti le azioni da lui esercitate nella realizzazione dell’opera: il processo di tensione e di allentamento delle funi; la loro unione e il loro annodamento; il precario equilibrio con cui sono disposte le bobine e il loro supporto reciproco nel sostenersi. Come sottolinea la curatrice Naoko Seki, «Tutte queste modalità di disposizione richiamano un mutamento di uno stato o di una situazione. La collocazione di elementi in uno spazio interno non è fissa, ma richiama tipologie dell’esporre che mutano gradualmente nel tempo». Nel 1974 Kishio Suga è intervenuto direttamente sull’opera in occasione della sua installazione presso la Gallery 16 di Kyoto, modificandola e integrandola con altri materiali, e attuando quelle che egli definisce “attivazioni”, azioni temporanee dell’artista documentate da fotografie e video.

Continuous Existence–HB (Renkai–HB), 1977/2016

L’installazione è composta da rami biforcati di diversa altezza – sorretti da pietre, collegati tra loro da una corda e appoggiati al muro –, che connettono un foglio di carta bianco posto sul pavimento alle pareti degli spazi di Pirelli HangarBicocca. Continuous Existence–HB fa parte di una serie di opere che Suga realizza a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, caratterizzate dalla presenza di pali, barre e rami appoggiati a parete, che generano una connessione tra diverse strutture dello spazio espositivo. In questo modo l’artista stabilisce una relazione tra due elementi architettonici fondamentali – il pavimento e le pareti –, per rivelarne le differenze e allo stesso tempo enfatizzarne la presenza, creando un ulteriore legame con l’opera. Per Suga lo spazio non è semplicemente il luogo in cui esporre, ma è piuttosto parte integrante del lavoro stesso: «Il processo tramite cui le mono (cose) vengono trasformate in opere d’arte avviene secondo la stessa modalità con cui “un sito” si trasforma in un’opera d’arte».

Soft Concrete, 1970/2016

I processi di trasformazione della materia e il confronto tra proprietà fisiche dei materiali sono al centro dell’installazione Soft Concrete. Quattro lastre di metallo, disposte a forma di rettangolo, contengono un cumulo di ghiaia su cui viene riversata una colata di cemento morbido, una sostanza composta da cemento e olio di motore, che inonda e sommerge in parte anche le superfici metalliche, sorreggendole al tempo stesso. L’uniformità cromatica dell’opera si contrappone alle qualità dei materiali, rivelando l’interesse di Suga nel creare una struttura unitaria in cui la presenza di ogni elemento viene mutualmente messa in evidenza da quella degli altri. Così la rigidità delle lastre viene enfatizzata dall’aspetto fluido e liquido del cemento, che sembra sgorgare dal centro della struttura rettangolare, e viceversa. Nel corso della mostra, Soft Concrete muterà costantemente le sue caratteristiche, subendo diverse trasformazioni fisiche, dal momento che il cemento morbido impiega più di un anno a solidificarsi del tutto.

Condition of Situated Units (Ikyō), 1975/2016

L’opera è composta da tondini di acciaio circondati da innumerevoli rami che li nascondono parzialmente. In questo lavoro Suga combina elementi naturali e materiali industriali, mettendone in luce le differenti caratteristiche fisiche e opponendo la rigida verticalità del metallo all’orizzontalità dell’intreccio dei rami. Lo spazio espositivo sembra sparire in questo vorticoso insieme, diventandone parte integrante. L’artista intende creare legami di interdipendenza visiva e fisica tra gli oggetti e lo spazio, dissolvendo ogni distinzione. Come spiega Suga, essi sembrano fondersi in un’unica entità e alterare la percezione che ne abbiamo: «A livello cognitivo, mono (le cose) e i luoghi sono solitamente considerati separatamente, ma per me hanno lo stesso significato all’interno dell’orizzonte dell’interiorità».

Perimeter (Entai), 1985/1989

Suga realizza Perimeter, un’installazione che circonda un’area dello spazio espositivo, accostando elementi differenti, come plinti in pietra d’Ōya su cui poggiano sottili pezzi di legno collegati tra loro. Disponendo l’opera a forma semirettangolare, l’artista evidenzia una linea che funge da confine tra due zone dello stesso ambiente, separandole. Questa paradossale combinazione tra momenti di connessione e di divisione è alla base della pratica artistica di Suga e delle sue riflessioni sul concetto di “confine” attraverso cui l’artista analizza i legami tra oggetti e spazio ed esplora le modalità con cui questi vengono percepiti fisicamente e interiormente dal visitatore: «Quando un insieme è composto da elementi interconnessi fra loro, è allora che è possibile sentire lo spazio intorno a noi. Verosimilmente non riusciremo a volgere la nostra attenzione a ogni singola parte dell’insieme, e dovremo concentrarci su una parte piuttosto che su un’altra. Si crea così l’ambiente che ci circonda».

Come molte opere di Kishio Suga, anche Perimeter è stata concepita per essere esposta sia in spazi espositivi, come musei e gallerie, sia all’esterno, nella natura. Per l’artista la collocazione del lavoro ne determina configurazione e installazione. All’aperto l’opera è influenzata e modificata dall’ambiente naturale e dai mutamenti climatici; all’interno è soggetta alle caratteristiche strutturali della stanza in cui è presentata.

Placement of Condition (Jōkyōchi), 1973/2016

Kishio Suga riflette sull’idea di “confine” e sul concetto di interdipendenza tra diversi materiali anche in Placement of Condition, un’opera realizzata alcuni anni prima e la cui struttura è simile a quella di Perimeter. In questo caso plinti di granito, posti in bilico da una serie di zeppe inserite sotto la base, si sorreggono a vicenda grazie alla tensione provocata dal filo di ferro che li collega. Contemporaneamente, il cavo metallico rende visibili sia la distanza tra il centro e il perimetro dell’opera sia i confini tra questa e i visitatori.

In Periphery of Space Suga utilizza i concetti di “centro” e “periferia” per ampliare la sua analisi sul “confine” e indagare la differente presenza fisica dei materiali in relazione all’ambiente circostante. L’opera è costituita da un perimetro circolare formato da un rotolo di carta, sui cui bordi e al cui interno sono poste diverse pietre.

Parallel Strata (Heiretsusō), 1969/2016

Composta da diverse lastre di paraffina bianca, Parallel Strata è uno dei lavori più rappresentativi di Kishio Suga. L’artista concepisce l’opera come un’indagine sulle potenzialità fisiche del materiale: interviene direttamente sulla cera, sciogliendola in modo da unire i blocchi e accatastarli verticalmente e orizzontalmente su strati paralleli. Si forma così una struttura tridimensionale in cui sono visibili i processi di aggregazione e i vari interventi attuati. Attraverso l’accostamento dei diversi elementi Suga crea quello che definisce un “luogo” in cui far emergere la relazione tra i vari mono (cose) e l’individuo, in modo da rendere i visitatori coscienti di questi legami: «Ho iniziato ridefinendo l’idea preconcetta della paraffina come materiale ordinario. Potremmo dire che mi sono trovato in una situazione – che definirei “luogo” – e ho sentito un irresistibile impulso a inserirvi un elemento il meno appropriato possibile».

Abandoned Situation (Hōchi Jōkyō), 1971/2016


A partire dai primi anni Settanta Kishio Suga realizza diverse opere, concepite per indagare l’idea di “rilascio” o ”abbandono” (hōchi), concetto che elabora teoricamente nel 1971. Una di queste è Abandoned Situation, composta da un modulo ondulato di cemento pressato collocato orizzontalmente sul suolo. L’artista sigilla con del cemento i solchi centrali della struttura e versa al loro interno una mistura di acqua e inchiostro, creando due linee scure, che contrastano con gli altri solchi vuoti e mettono in risalto l’opposizione tra forme curve e convesse dell’installazione. L’uso dell’acqua è un aspetto rilevante in molti lavori di Suga, concepiti sia per spazi esterni sia per quelli interni. In Abandoned Situation, per esempio, questo elemento naturale viene “rilasciato” e confinato dentro una struttura artificiale, in modo da evidenziare le qualità fisiche intrinseche di tutte le componenti dell’opera.

Units of Dependency (Izon’i), 1974/2016
Exposed Realm (Rokai), 1986/2016


Così avviene in Units of Dependency, l’installazione formata da due file di lunghezza diversa di mattoni forati di cemento, che corrono parallele nello spazio. La linearità e l’omogeneità dell’opera vengono alterate dalla presenza di elementi naturali, come le pietre collocate alle estremità, e l’erba fresca pressata e inserita tra i mattoni e al loro interno, il cui odore può essere percepito dai visitatori. Mentre in Exposed Realm, opera composta da un corridoio in pannelli di legno, Suga sovverte la struttura modulare, inserendo all’interno una pietra di grandi dimensioni, che sembra sorreggere l’intera installazione.

Unfolding Field (Noten), 1972/2016

Nella pratica artistica di Suga, gli ambienti esterni – naturali o urbani – e quelli interni – istituzionali o museali – sono considerati come possibili spazi in cui esporre le sue opere. Fuori dalle Navate il visitatore incontra Unfolding Field, un’installazione composta da canne di bambù volte verso l’alto e al tempo stesso fissate al suolo mediante corde connesse a blocchi di pietra. Con le sue strutture simili a canne da pesca l’opera si dispiega sia verticalmente verso il cielo, sia orizzontalmente nell’ambiente circostante. Nel 1972 Suga presenta Unfolding Field sul tetto di un palazzo di Tokyo, Joshuya Building, offrendo uno scorcio parziale del contesto cittadino in cui l’opera è inserita.

Contorted Positioning (Kyokui), 1982/2016

In una serie di opere caratterizzate dalla disposizione orizzontale di materiali interconnessi, Kishio Suga sviluppa il concetto di “campo”, ovvero una zona che l’artista delimita all’interno di uno spazio tramite l’installazione di un’opera e che si presenta sotto una luce inedita agli occhi dell’osservatore. È quanto accade in Matter and Location: assi e pezzi di legno sono uniti tra loro attraverso lo zinco a formare degli archi, e sono incorniciati da pietre e sassi che enfatizzano la presenza di ciascun elemento della struttura. In Contorted Positioning, Suga collega diverse travi di legno, basandosi sull’angolazione di rami biforcati, collocati sulla sommità e sul bordo di ogni trave. L’installazione si sviluppa così in direzioni differenti e divergenti nello spazio espositivo, formando una serie di angoli secondo un sistema stabilito dall’artista a partire dalle caratteristiche fisiche dei materiali utilizzati.

Gap of the Entrance to the Space (Kainyūsa), 1979/2016
Separating Dependence (Izonsa), 1973/2013

L’installazione Gap of the Entrance to the Space è caratterizzata da una superficie riflettente composta da lastre di zinco su cui sono poste pietre naturali e lavorate di forma differente. Attraverso un intervento diretto, l’artista rimuove dal pavimento le sezioni delle lastre su cui poggiano le pietre intagliate e le colloca sopra le rocce, in modo che la superficie complessiva sembri sollevarsi, guadagnando volume.

Le differenze fisiche dei materiali e le loro caratteristiche individuali vengono enfatizzate dal loro riflesso sullo zinco: la lucidità del metallo, la ruvidezza delle pietre naturali e la geometricità e levigatezza di quelle lavorate. Alcune di queste sono inoltre collocate sul perimetro della struttura, tra il pavimento originario dello spazio e le lastre, in modo da creare un senso di apertura dell’opera verso l’esterno, mettendo in evidenza allo stesso tempo i suoi confini fisici e la stretta relazione tra ambiente circostante e disposizione degli oggetti. L’artista rende inoltre visibili i limiti interni della struttura dell’installazione, enfatizzando la presenza delle linee di demarcazione tra le lamine che compongono la superficie di zinco.

Diversi aspetti tematici e formali accomunano Gap of the Entrance to the Space a Separating Dependence, un’altra opera del 1973 esposta in “Situations” e composta da una superficie zincata. Anche in questo caso Suga crea un’installazione in cui ogni elemento è combinato e connesso all’altro attraverso un legame di dipendenza: lastre piegate di zinco incorniciano la base e sono sorrette da blocchi di cemento, mentre sottili tubi metallici collegano tra di loro e alle pareti alcune pietre collocate sulla superficie. Per l’artista ogni oggetto è perfettamente integrato in una struttura unitaria attraverso una relazione che non è solamente fisica, come sostiene il curatore Hitoshi Dehara: «La “dipendenza” non si limita a una relazione di reciproco sostegno fisico, ma include diversi aspetti di posizionamento nello spazio, relazioni visive e semantiche».

Il titolo stesso dell’opera denota che cosa Suga intenda sottolineare: da una parte il rapporto di dipendenza tra i differenti elementi e l’intera struttura, dall’altra la separazione tra questa e l’ambiente circostante, con l’inserimento di aste metalliche che enfatizzano la presenza delle pareti, e l’utilizzo di lamine di zinco per dividere la superficie metallica e lo spazio.

Left-Behind Situation (Shachi Jōkyō), 1972/2016

Nello spazio del Cubo di Pirelli HangarBicocca è collocata la versione più grande mai realizzata di Left-Behind Situation. L’installazione è composta da un unico cavo metallico di tipo industriale teso nello spazio su due livelli in modo da congiungere diversi punti delle quattro pareti e creare intersezioni diagonali su cui sono poggiati in precario equilibrio blocchi di pietra e di legno, che rendono il Cubo inaccessibile ai visitatori. Basandosi sulle proporzioni del corpo umano, Kishio Suga installa il lavoro ad altezze differenti – 50 e 500 centimetri – in modo che lo sguardo del visitatore sia immediatamente attirato dai blocchi di pietra e di legno, che sembrano fluttuare nell’aria, e solo in un successivo momento dai cavi metallici.

Left-Behind Situation è concepita e adattata in base allo spazio in cui viene esposta, e si presenta come un intervento temporaneo dell’artista che durerà il tempo della mostra. Questo aspetto è centrale nella pratica di Kishio Suga, che riflette e analizza attentamente l’ambiente in cui le sue opere sono inserite, modificandone dimensioni e struttura. Per questa ragione è possibile osservare le diverse versioni dei lavori solo attraverso la loro documentazione fotografica. Simon Groom, direttore della Scottish National Gallery of Modern Art a Edimburgo, paragona il lavoro di Suga proprio a una fotografia che coglie un istante unico e irripetibile: «Sebbene le dimensioni di un’opera siano sempre specificate, come una fotografia che fissa un momento nel tempo, si pensa sempre che sarebbero potute essere diverse, e la consuetudine a conformarsi a questa norma serve solo a sottolineare quanto esse siano irrilevanti nel lavoro di Suga».