Descrizione Progetto

LAURE PROUVOST

dal 19 Ottobre 2016 al 9 Aprile 2017 – spazio: SHED

La mostra “GDM – Grand Dad’s Visitor Center” di Laure Prouvost è un’opera d’arte totale che raccoglie oltre quindici lavori – installazioni, video su monitor e proiezioni, sculture e objet trouvé – che danno vita a un singolare museo dedicato al nonno dell’artista, un luogo stratificato e in divenire, dove architettura e contenuto si integrano a vicenda.
Tra le figure più interessanti della sua generazione, vincitrice del Turner Prize nel 2013, Laure Prouvost racconta storie complesse con humor surreale, inglobando nel proprio lavoro le modalità della comunicazione contemporanea contraddistinta da una proliferazione e da un costante consumo di immagini. Prouvost si muove con ampia libertà tra diversi sistemi di rappresentazione, alternando da una parte la finzione, il non-senso, il mondo immaginario e onirico e dall’altra la realtà dell’esperienza quotidiana e delle sensazioni umane. I suoi progetti uniscono un’estetica naïf e bric-à-brac, oggetti ordinari, installazioni labirintiche e architetture instabili a un utilizzo elaborato della tecnologia.
In “GDM – Grand Dad’s Visitor Center” il percorso espositivo si sviluppa in ambienti stranianti e atmosfere paradossali: un salone di bellezza, superfici specchianti, stanze inclinate e spigolose, corridoi bui e labirintici, un’area in cui viene offerto il tè e una zona per il karaoke. La mostra alterna luci e suoni, immagini e parole scritte, momenti di quiete e contemplazione a occasioni di euforia, in un viaggio seducente che avvolge il visitatore e che ne richiede la sua piena partecipazione.

CREDITI
Location: Pirelli HangarBicocca, Milano
Artista: Laure Prouvost
Mostra: “GDM – Grand Dad’s Visitor Center”
Allestimento: a cura di Roberta Tenconi
Ingegnerizzazione: MOSAE srl
Team: Michele Maddalo, Alice Brugnerotto, Anna Colombo. Special consultant Stefano Monaco
Foto: Agostino Osio
Courtesy: Laure Prouvost, Pirelli HangarBicocca, Milano
Pictures in slideshow: vedute dell’installazione

If It Was, 2015

Proiettato nel corridoio d’ingresso del Visitor Center, If It Was riflette sull’identità di un museo, sulle sue attività e su ciò che esso potrebbe diventare. Nel video l’artista compone narrazioni al limite del reale speculando su che cosa farebbe di un museo. Immagini di testi scritti in bianco su fondo nero si uniscono alla voce di Prouvost, che accompagna il video in una riflessione su cosa succederebbe se gli angoli dell’edificio fossero tutti un po’ più morbidi, o se si sollevasse il tetto per piantare delle palme al suo interno. Con la scritta “transported to the tunnel of history” [trasportato nel tunnel della storia] si apre un diverso capitolo della narrazione ambientato fuori dagli spazi museali, in mezzo alla natura. Riprese di campi, fiori e cieli attraversati da stormi di uccelli prendono il sopravvento rappresentando la potenza intrinseca e incontenibile della natura nelle sue forme essenziali.

Il video è stato realizzato per la Haus der Kunst di Monaco di Baviera, così come il tappeto con cui è esposto e sul quale sono raffigurate immagini ispirate all’immaginario onirico dell’artista, accanto a fotografie d’archivio delle mostre allestite in passato nell’istituzione tedesca. Il museo, il suo contenuto e la sua storia sono così messi in relazione diretta con l’inconscio dell’artista in una sovrapposizione immaginifica di visioni e suggestioni.

Before, Before, 2011

Come suggerisce il titolo, Before Before è un prologo di un racconto che deve ancora avvenire. Nell’installazione compaiono infatti per la prima volta i personaggi di Betty e Gregor, protagonisti del successivo The Wanderer, uno dei più ambiziosi progetti di Prouvost, ispirato al testo pressoché omonimo The Wanderer by Franz Kafka (2009) dell’artista Rory Macbeth, che ha tradotto Le Metamorfosi (1915) di Franz Kafka (1883-1924) in inglese, ma senza conoscere il tedesco e senza il supporto di un dizionario.

Before Before è un labirinto che si snoda tra stranianti luci verdi e fondali di legno. Disposti come quinte teatrali, al loro interno si trovano oggetti di ogni tipo: lattine di birra, cavi arrotolati, tavole con indicazioni apparentemente prive di senso e monitor che trasmettono brevi video. In sottofondo si sentono la voce e il pianto disperato di Betty ubriaca. Un insieme frammentario di oggetti, immagini e suoni immerge lo spettatore in uno scenario inverosimile che prelude a un viaggio fisico e psicologico in procinto di accadere, che Prouvost descrive come «La preoccupazione per quello che sta per avvenire; personaggi che non sanno che cosa devono fare; oggetti pronti a essere attivati; l’ansia per qualcosa di imminente.»

 The Wanderer (God First Hairdresser/Gossip Sequence), 2013
Upside Down (Shut Your Lips), 2012

Sedie girevoli, specchi, parrucche e poster raffiguranti pettinature africane danno vita a un insolito salone di bellezza, un luogo dove è possibile sedersi per vedere il video God First Hairdresser/ Gossip Sequence e anche l’ipotetico set in cui è stato girato. Questa installazione è uno dei sei capitoli che compongono il più ampio progetto The Wanderer – che include performance, video, una serie di installazioni e un lungometraggio –, ognuno incentrato su un tema diverso legato alla comunicazione.

Se già la traduzione di Macbeth delle Metamorfosi di Kafka corrispondeva molto poco alla storia originale, nella versione di Laure Prouvost la storia assume connotati ancora più invero – simili. Il protagonista è un uomo bianco la cui madre di origini ganesi è proprietaria del salone di bellezza londinese “God First”. La sequenza iniziale del video, che si apre con un diverbio tra madre e figlio sulle treccine delle clienti, è emblema – tica dell’intera opera che gioca su malintesi e incomprensioni derivanti da errori di traduzione e fraintendimenti culturali, in cui centrale è la ricerca dell’identità. Il dialogo tra i due personaggi presentato fuori sincrono rispetto alle immagini, accentua ulteriormente le difficoltà di comprensione.

Con quest’opera l’artista rielabora il linguaggio cinematografico e utilizza vari espedienti per palesare la finzione narrativa allo spettatore, come l’aggiunta di risate registrate, solitamente utilizzate in sitcom e programmi televisivi per accompagnare gag e momenti comici. In questo modo Prouvost enfatizza l’ilarità della situazione, creando un parallelo tra il racconto – come forma di esposizione orale o scritta di una serie di eventi – e il pettego – lezzo, che si consuma nei saloni di bellezza e nei talk show, in una riflessione sulle forme di comunicazione e di intrattenimento.

In prossimità dell’installazione, all’uscita del corridoio è collocata l’opera Upside Down (Shut Your Lips): un ufficio appeso capovolto al soffitto dello spazio espositivo. L’insieme è parte del set di un’altra scena di The Wanderer dal titolo The Wanderer (Bunker) (2012), quinto capitolo del progetto, che si svolge in un bunker sotterraneo dove i personaggi e l’ambiente circostante sono letteralmente capovolti. Azzerando la forza di gravità, Prouvost proietta ancora una volta lo spettatore in un mondo straniante e senza regole.

Going Higher, 2014

Il video, installato sulla cima di una scala a chiocciola, forza la percezione dello spettatore oltre i propri limiti. Going Higher esemplifica inoltre una caratteristica ricorrente nella pratica di Prouvost, ovvero la presenza di una struttura ibrida che coniuga aspetti tecnologici con figure umane. Il video svela inoltre come l’attenzione dell’artista verso l’ambiente a lei familiare, così come gli elementi naturali e le persone a lei vicine, siano la materia prima del suo lavoro. Attraverso una serie di immagini che mostrano botti ed esplosioni diretti verso l’alto, Going Higher è emblema della ricerca dell’artista verso la scoperta di mondi sconosciuti e la perdita consapevole del proprio io.

The Artist, 2010

Con The Artist Laure Prouvost introduce nel suo lavoro la figura del nonno, prendendosi gioco delle forme narrative convenzionali. Il video segue ritmi visivi e sonori spesso contrastanti, dove il suono percepito non corrisponde all’immagine sullo schermo o arriva con un leggero ritardo, pur conservando una qualità affascinante e seducente che arricchisce la narrazione. Prouvost inframmezza le immagini di uno studio d’artista con una serie di scritte, rivolgendosi in modo diretto allo spettatore che invita a sedersi [“Take a sit”], a prendere una tazza di tè [“That tea on the table is for you I just made it”] o indicandogli dove vedere [“Look at this way”]– creando un cortocircuito tra le coordinate spazio-temporali del luogo in cui l’opera è proiettata e quelle dell’immagine sullo schermo. Il video è incentrato sullo studio dell’artista e sulla sua produzione, su come migliora il suo lavoro per renderlo più accessibile, e lo racconta in modo aneddotico: una storia sulla pratica di un artista, che è legato alla moglie a tal punto da disegnarla in continuazione. Ma l’opera indugia anche su ciò che è celato dietro ogni angolo, sulle storie nascoste di una stanza. Visto da una prospettiva femminile, il lavoro sarebbe stato fatto in modo diverso.

Gran dad where are you, 2014

Nel video si compie un ribaltamento percettivo tra immagine e spettatore, che diventa il soggetto dell’opera. Gran dad where are you mostra una folta platea teatrale rivolta verso la macchina da presa mentre l’operatore, la cui presenza è solitamente celata e impercettibile, è collocato sul palcoscenico. Le voci degli spettatori cantano all’unisono “Gran dad where are you?” [Nonno dove sei?]; “We will buy all your sculptures” [Compreremo tutte le tue sculture]; “Come back, please” [Torna, per favore] e sfociano in un fragoroso applauso. L’obbiettivo della videocamera scruta le reazioni e il coinvolgimento del pubblico, in un dichiarato gioco ironico tra farsa e realtà.

I Need to Take Care of My Conceptual Grandad, 2010

Il video si compone di un’unica sequenza che mostra le mani di Laure Prouvost mentre cosparge di crema un libro appartenuto all’artista John Latham (1921–2006) – di cui Prouvost per anni è stata assistente di studio. Latham è stato uno degli artisti concettuali di spicco della Gran Bretagna e la sua pratica comprendeva azioni distruttive e parodistiche dei sistemi di conoscenza, come la celebre cerimonia organizzata nel 1966 durante la quale l’artista chiese agli ospiti di masticare e sputare le pagine del libro Art and Culture (1961) del critico americano Clement Greenberg.

Grandma’s Dream, 2013

Grandma’s Dream affronta temi legati al ruolo dell’artista e alle aspettative del pubblico che fruisce un’opera d’arte. Presentato all’interno di una piccola stanza rosa, il video racconta i desideri e le pene della nonna dell’artista, dopo che una notte il suo compagno, che all’epoca stava scavando la sua ultima opera concettuale, non fece più ritorno.

Immagini di cieli e nuvole fluttuanti si sovrappongono a rendering e animazioni digitali di oggetti curiosamente manipolati, come un aereo incastrato in una teiera o un iPad trasformato in padella su cui viene fritto un uovo all’occhio di bue. Il video fa largo uso della dissolvenza come strumento di montaggio e, attraverso ampie panoramiche e sovrapposizioni di immagini disparate, suggerisce un’atmosfera sospesa e soprannaturale. La fusione di immagini e suoni alterna momenti di pura quiete a sequenze oniriche in cui immagini appaiono e si dissolvono, mentre le parole dell’artista in voice-over interpretano il racconto in una sorta di irriverente parodia di un personaggio disperso, focalizzandosi sulla figura maschile da un punto di vista femminile.

Wantee, 2013

L’installazione Wantee narra l’inverosimile scomparsa del nonno di Laure Prouvost, che scavando un lungo tunnel tra il suo studio e l’Africa, un giorno non ne fa più ritorno, lasciando la moglie come unica custode delle sue opere. Dal racconto si apprende inoltre che egli è un artista concettuale, caro amico di Kurt Schwitters (1887–1948), importante figura della scena artistica europea di inizio Novecento. L’opera è stata realizzata in occasione della grande retrospettiva di Schwitters presso la Tate Britain di Londra nel 2013, e anche il titolo allude all’artista. Wantee è infatti un gioco di parole che suona come l’abbreviazione di “Would you like some tea?” (“Vuoi un po’ di tè?”) – domanda con cui inizia il video stesso – e si rifà al soprannome della fidanzata di Schwitters.

Ambientato all’interno del soggiorno dei nonni di Prouvost, il video è una stravagante successione di aneddoti e racconti sulle avventure travagliate di un artista e su ciò che può accadere a un’opera d’arte. Le sculture e i dipinti del nonno sono ormai trasformati in oggetti di uso domestico: perduto il loro statuto d’opera d’arte e ormai dimenticati, vengono riportati alla quotidianità e tramutati dalla nonna in elementi di uso comune, come tazze per il tè e vassoi. Con Wantee l’artista riflette sui luoghi comuni e sui cliché legati al sistema di valore dell’arte contemporanea nonché sul museo come luogo deputato alla conservazione delle opere e alla loro fruizione. Come afferma Prouvost, «Il lavoro è in qualche modo surreale e gioca con la plausibilità, ma anche con l’idea di informazioni perdute, di essere fuori luogo e probabilmente mancare il bersaglio. Nuovi significati appaiano solo per il fatto di non riuscire a dare un senso alle cose. Questo succede quando si esasperano elementi surreali al punto da renderli nuovamente verosimili».

In occasione della mostra in Pirelli HangarBicocca il video è esposto insieme a una serie di oggetti, ceramiche e disegni in un’inedita presentazione dell’opera con la quale Laure Prouvost ha vinto nel 2013 il Turner Prize, il più prestigioso riconoscimento d’arte britannico.

Monolog, 2009

In Monolog il busto senza testa di una donna compare sullo schermo. Una porta si chiude e la voce esclama “I’m back it wasn’t very important” [Sono tornata, nulla di importante] sottintendendo un rapporto preesistente con il pubblico. La donna ci ringrazia per essere venuti e gesticola portando all’attenzione dello spettatore tutto ciò che manca o che dovrebbe essere corretto nella proiezione “I wish the screen was a little bit bigger…It would be nice if you could see my head, my legs…” e si chiede come rendere migliore l’esperienza per il pubblico [uno schermo più grande, una seduta più confortevole, bella musica]. Alcune note autobiografiche citate nel video suggeriscono che la protagonista sia effettivamente la stessa autrice dell’opera, Laure Prouvost.

Il video è una parodia del lavoro di regia dell’artista e del ruolo del pubblico e riporta l’attenzione sullo spazio e i limiti stessi di una proiezione. Monolog crea anche una confusione temporale tra l’immagine e il vissuto dello spettatore: svelando come la realtà temporale – editata e trasmessa nel video – non corrisponde a quella dello spettatore, destabilizzando il concetto di tempo. Un tema ulteriormente approfondito con le citazioni di fisica quantistica che scorrono sullo schermo.