Descrizione Progetto

LUCIO FONTANA

dal 21 Settembre 2017 al 25 Febbraio 2018 – Spazio: NAVATE

“Ambienti/Environments” raccoglie nello spazio delle Navate per la prima volta nove Ambienti spaziali e due interventi ambientali, realizzati da Lucio Fontana tra il 1949 e il 1968 per gallerie e musei italiani e internazionali. La mostra propone un corpus di opere, che mettono in rilievo la forza innovativa e precorritrice di un grande maestro del Novecento.
Gli Ambienti spaziali, stanze e corridoi concepiti e progettati dall’artista a partire dalla fine degli anni ’40 e quasi sempre distrutti al termine dell’esposizione, sono le opere più sperimentali e meno note di Fontana, proprio per la loro natura effimera. Alcuni degli ambienti esposti sono stati ricostruiti per la prima volta dalla scomparsa dell’artista grazie allo studio e alle ricerche della storica dell’arte Marina Pugliese e della restauratrice Barbara Ferriani e al contributo della Fondazione Lucio Fontana.
Il visitatore ha l’opportunità di osservare e fruire per la prima volta le opere meno conosciute di Fontana, di riscoprirne l’importanza storica e allo stesso tempo di coglierne la contemporaneità e la forza innovativa attraverso un allestimento inedito.

CREDITI
Location: Pirelli HangarBicocca, Milano
Artista: Lucio Fontana
Mostra: “Ambienti/Environments”
Allestimento: a cura di Marina Pugliese, Barbara Ferriani e Vicente Todolí
Ingegnerizzazione: MOSAE srl
Team: Michele Maddalo, Alice Brugnerotto, Anna Colombo, Stefano Monaco
Foto: Agostino Osio
Courtesy: Pirelli HangarBicocca, Milano. ©Fondazione Lucio Fontana
Pictures in slideshow: vedute dell’installazione

Struttura al neon per la IX Triennale di Milano, 1951

L’opera – un arabesco luminoso di oltre 100 metri di tubi al neon – è stata originariamente progettata per la IX edizione della Triennale di Milano, manifestazione internazionale dedicata all’architettura e alle arti decorative. Struttura al neon per la IX Triennale di Milano fu ideata per collegare il piano d’ingresso con il primo piano, come invito alla scoperta, al “nuovo” e al dialogo fra arte e architettura. Esposta nel monumentale Scalone d’Onore e sovrastata da un cielino “blu Giotto”, si integrava nello spazio architettonico riflettendo la propria luce ed entrava in relazione con lo spettatore. Estendendosi oltre i confini classici della scultura, il lavoro creava dunque una connessione tra l’oggetto e lo spazio circostante, come testimoniato dall’artista stesso: «abbiamo sostituito, in collaborazione con gli architetti Baldessarri e Grisotti (al soffitto decorato), un nuovo elemento entrato nell’estetica dell’uomo della strada, il neon».

L’utilizzo di questo elemento in ambito artistico può essere ricondotto alle sperimentazioni dell’artista argentino Gyula Kosice (1924-2016), tra i primi a incorporare il neon nella scultura e con il quale Fontana aveva avuto numerosi scambi durante gli anni ’40 a Buenos Aires. Tuttavia, a differenza di Kosice, Fontana aveva intuito le potenzialità del neon per cambiare la percezione dello spazio, utilizzandolo per opere ambientali.

In occasione della IX Triennale si svolse il convegno “De Divina Proportione”, a cui parteciparono architetti e artisti di fama come Le Corbusier (1887-1965) e lo scultore Georges Vantongerloo (1886-1965), durante il quale Fontana rivendicò in un contesto internazionale la sua ricerca sugli ambienti presentando il Manifesto tecnico dello Spazialismo in cui enunciava la vocazione dell’arte quale quarta dimensione ideale dell’architettura.

La ricostruzione di Struttura al neon per la IX Triennale di Milano presentata in Pirelli HangarBicocca è realizzata nelle dimensioni dell’allestimento del 1951, di cui riprende anche il cielino “blu Giotto” basato sulle prove di colore eseguite all’epoca dall’architetto Luciano Baldessari. A Milano esiste un’altra ricostruzione dell’opera esposta al Museo del Novecento.

Ambiente spaziale a luce nera, 1948-1949 

Con Ambiente spaziale a luce nera – prima opera ambientale realizzata da Lucio Fontana – l’artista ha attuato concretamente le teorie più innovative che aveva enunciato nei suoi Manifesti spaziali, pubblicati alla fine degli anni ’40: «Ma non intendiamo abolire l’arte del passato o fermare la vita: vogliamo che il quadro esca dalla sua cornice e la scultura dalla sua campana di vetro. Una espressione d’arte aerea di un minuto è come se durasse un millennio, nell’eternità. A tal fine, con le risorse della tecnica moderna, faremo apparire nel cielo: forme artificiali, arcobaleni di meraviglia, scritte luminose».

L’opera fu presentata nel 1949 in occasione di una mostra personale dell’artista alla Galleria del Naviglio, a Milano, fondata dal visionario gallerista Carlo Cardazzo (1908-1963). L’esposizione, durata solo sei giorni, rappresentò un punto di svolta nel percorso di Fontana, diventando una fonte di ispirazione per diversi artisti delle generazioni successive. L’invito della mostra riportava sul fronte la descrizione “Illuminazione a luce nera di arte/luce”, mentre sul retro alcuni estratti del Manifiesto Blanco, il primo testo teorico con cui nel 1946 Fontana aveva delineato le caratteristiche e i temi fondanti del Movimento spaziale. Sviluppatasi alla fine degli anni ’40, questa corrente promuoveva un superamento delle forme artistiche tradizionali basate su una fruizione percettiva statica, esortando l’osservatore a una visione dell’arte più in linea con il tempo presente e il progresso tecnico-scientifico. Richiamandosi in particolare alle scoperte aerospaziali, Fontana teorizzava una percezione dell’opera onnicomprensiva, in cui lo spazio era la somma di tempo, direzione, suono, luce.

In occasione della mostra, la Galleria del Naviglio fu completamente oscurata e si accedeva allo spazio attraverso una tenda nera. Il buio era predominante e l’illuminazione proveniva da sei lampade di Wood (luce ultravioletta, detta anche “luce nera”, inventata dal fisico americano Robert Williams Wood all’inizio del Novecento e utilizzata in diversi ambiti scientifici, dalla dermato logia all’astronomia), mentre al centro della stanza fluttuavano delle forme biomorfe di cartapesta dipinte con colori fluorescenti che viravano dal giallo, al violaceo, al rosato e al bluastro.

Con Ambiente spaziale a luce nera Fontana univa elementi caratteristici della pittura, della scultura e dell’architettura per superare le forme e le idee più tradizionali di questi tre linguaggi artistici, creando uno spazio percorribile ed esperibile dal visitatore. Attraverso l’utilizzo di materiali non convenzionali come la luce di Wood e la pittura fluorescente, che alteravano lo spazio circostante, l’oggetto scultoreo perdeva la sua forma plastica statica. Fondamentali nella concezione dell’opera erano state anche la percezione e l’esperienza diretta del visitatore, come affermava l’artista stesso: «né pittura, né scultura, forma luminosa nello spazio – libertà emotiva allo spettatore».

Per la ricostruzione in Pirelli HangarBicocca di Ambiente spaziale a luce nera sono state riproposte le misure originali dell’opera installata alla Galleria del Naviglio, caratterizzata da un soffitto a volta, mentre le forme di cartapesta appartengono alla ricostruzione postuma del 1976 eseguita dall’architetto Andrea Franchi in occasione della mostra “Europa America. L’astrazione determinata 1960-1976” presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna e oggi di proprietà della Fondazione Lucio Fontana.

Ambiente spaziale: “Utopie”, nella XIII Triennale di Milano,
1964

Nel 1964 Lucio Fontana fu tra gli artisti invitati a esporre alla XIII edizione della Triennale di Milano. Il tema portante della manifestazione era il tempo libero, inteso come espressione delle trasformazioni connesse al boom economico dell’epoca. La sezione introduttiva, curata dallo scrittore e semiologo Umberto Eco (1932-2016) e dall’architetto Vittorio Gregotti (1927), analizzava l’argomento seguendo traiettorie molteplici che spaziavano da visioni ottimistiche a riflessioni meno fiduciose sugli sviluppi futuri di questo fenomeno sociale. Lungo lo scalone della Triennale erano allestiti otto condotti – costituiti da parallelepipedi percorribili – assegnati a diversi artisti, che davano una propria interpretazione dei quattro temi: “Illusioni”, “Integrazione”, “Tecnica”, “Utopie”. Quest’ultimo era stato affidato a Lucio Fontana, che aveva realizzato due ambienti in collaborazione con l’architetto e artista Nanda Vigo (1936), con la quale aveva già lavorato per l’allestimento di una sua mostra personale nel 1962.

Il primo Ambiente spaziale: “Utopie” nella XIII Triennale di Milano [64 A3] concepito da Fontana per la Triennale aveva pareti e soffitto ricoperti da una tappezzeria rossa a effetto metallizzato, mentre alle due estremità del lato corto dell’ambiente erano posizionate lastre in vetro stampato “quadrionda” che filtravano la luce rossa prodotta da tubi al neon. Il pavimento ondulato era coperto da una moquette a pelo alto rossa che dava vita a uno spazio morbido e continuo. Quest’ultimo, di carattere ludico e sensoriale, riportava l’accento sulle ricerche degli effetti di sfalsamento percettivo assimilabili a una comune tendenza ottico-cinetica dell’epoca, a cui Vigo era molto vicina. Agli inizi degli anni ‘60 sia il francese GRAV (Groupe de Recherche d’Art Visuel) sia l’italiano Gruppo T (dove T sta per tempo) avevano realizzato le prime opere ambientali basate sullo studio delle teorie della Gestalt (corrente di studi psicologici dedicati ai temi della percezione) e sui meccanismi di ricezione dell’immagine sulla retina. L’effetto di disequilibrio provocato dal pavimento ondulato evidenziava invece il dialogo con le ricerche sull’instabilità corporea condotte dal gruppo giapponese Gutai, nato nel 1954 nello scenario delle avanguardie internazionali e il cui approccio avrebbe anticipato l’arte concettuale e performativa degli anni ’60 e ’70. Usciti da questo ambiente, i visitatori percorrevano alcuni gradini per accedere a quello successivo, di colore nero.

Il secondo Ambiente spaziale: “Utopie” nella XIII Triennale di Milano [64 A2] era costituito da un condotto interamente dipinto di nero e con all’interno una parete curvilinea. Questa era contraddistinta da una serie di fori che davano vita a due linee ondulate, da cui filtrava una luce verde al neon. L’esperienza dell’opera è così raccontata da Nanda Vigo: «lo spazio era quindi tutto nero, ed entrando in questo “tubo” si percepivano i buchi luminosi che accompagnavano lo spettatore lungo il percorso, dal punto di accesso a quello di uscita». Con quest’opera Fontana riprendeva l’immersività dello spazio buio dell’Ambiente a luce nera del 1949, ma senza ricorrere a forme scultoree e giocando sull’ambiguità percettiva tra le fonti luminose e l’andamento della superficie curvilinea della parete. L’Ambiente spaziale [64 A3] presentato in Pirelli HangarBicocca è la prima ricostruzione mai eseguita dell’opera originaria ed è stata allestita avvalendosi della collaborazione di Nanda Vigo, che per l’occasione ha elaborato il progetto esecutivo e selezionato i materiali. L’Ambiente spaziale [64 A2] è stato ricostruito in diverse occasioni, e per la mostra “Ambienti/Environments” si è scelto di riproporre le misure originali del corridoio desunte dalle piante e dagli esecutivi di Vittorio Gregotti, e alcuni dettagli tratti dalle fotografie storiche.

Ambiente spaziale, 1966

Nel 1966 un’istituzione americana dedicava per la prima volta un’ampia mostra personale a Lucio Fontana: “The Spatial Concept of Art”. Organizzata dal Walker Art Center di Minneapolis – all’epoca uno dei più importanti musei attivi nel promuovere forme d’arte d’avanguardia –, l’esposizione era focalizzata sulla ricerca spaziale di Fontana. Grazie al curatore Jan Van der Marck (1929-2010), l’artista ebbe per la prima volta l’opportunità di presentare al pubblico americano, oltre ai noti “tagli” e “buchi”, la sua ricerca più sperimentale, progettando un nuovo Ambiente spaziale. Per il Walker Art Center Fontana inizialmente aveva ideato una riedizione dell’Ambiente spaziale a luce nera del 1949, arrivando poi, con sostanziali varianti, a progettare un’opera a sé stante. Non potendosi recare in prima persona nello spazio espositivo, l’opera fu realizzata secondo le indicazioni di Fontana dall’architetto Duane Thorbeck.

Con questo lavoro l’artista interveniva sulla modalità di accesso a un Ambiente spaziale, creando dei corridoi ribassati e leggermente inclinati, forzando il visitatore a chinarsi per entrare nella stanza centrale. L’esperienza spaesante vissuta all’interno dell’opera è stata così descritta dal critico americano Hilton Kramer (1928-2012): «L’Ambiente spaziale si raggiungeva da un tunnel corto e nero dal quale si entrava in una stanza quasi completamente buia. I piedi affondavano in modo piacevole in un pavimento di gomma. Piccole luci definivano un rettangolo regolare lungo il pavimento, le pareti e il soffitto, creando la curiosa illusione di una parete laddove in effetti c’era solo spazio vuoto. Brancolando attraverso questo ambiente notturno nel quale nulla è come appare, si usciva accovacciandosi nuovamente in un tunnel buio per emergere nella luce chiara di un’altra sala».

Come già nell’Ambiente spaziale del 1949, Fontana aveva concepito uno spazio immersivo e oscuro, nel quale il visitatore si confrontava con l’impatto con il vuoto e con una sensazione quasi tattile della luce, come avveniva lungo le pareti, dove quelli che erano percepiti come punti fluorescenti dipinti, erano in realtà fori dai quali filtrava della luce verde al neon. Nel buio bidimensionalità e tridimensionalità si confondevano, suscitando una sensazione di disorientamento negli osservatori, il cui equilibrio diventava precario e instabile a causa del pavimento in gomma.

Questo Ambiente spaziale viene ricostruito per la prima volta in Pirelli HangarBicocca, rispettando fedelmente misure e materiali originali grazie alla dettagliata documentazione rinvenuta negli archivi del Walker Art Center di Minneapolis

Ambiente spaziale, 1967

Dopo la tappa americana, nel 1967 “The Spatial Concept of Art” venne ripensata per un tour europeo con il titolo “Lucio Fontana, Concetti spaziali”. Inaugurata allo Stedelijk Museum di Amsterdam, fu poi presentata al Van Abbemuseum di Eindhoven. Per l’occasione, oltre a esporre una serie di dipinti, sculture e il Manifiesto Blanco, Fontana ideò tre ambienti contraddistinti dall’uso del colore: Ambiente spaziale, Ambiente spaziale con neon, Ambiente spaziale a luce rossa.

L’Ambiente spaziale [67 A2] rappresentava per Fontana la ricostruzione ideale dell’Ambiente spaziale a luce nera del 1949. Dopo il corridoio “Utopie” presentato alla XIII Triennale di Milano e l’Ambiente spaziale realizzato nel 1966 per il Walker Art Center, incentrati entrambi sullo spazio nero e vuoto, nel 1967 l’artista reintroduceva un elemento scultoreo sospeso, mutandone però l’aspetto. Realizzò quindi una sagoma sottile in legno che richiamava la sua serie dei “Teatrini”, di poco precedenti e dagli echi vagamente Pop. A forma di virgola dipinta di nero e con i contorni bianchi fluorescenti, la forma si estendeva orizzontalmente per l’intera lunghezza della stanza, come se fluttuasse nello spazio. L’effetto di straniamento era accentuato anche da una serie di punti fluorescenti bianchi dipinti lungo le pareti e sul soffitto dell’Ambiente spaziale, che apparivano come una costellazione.

Ambiente spaziale con neon, 1967

Ambiente spaziale con neon [67 A5] era una stanza dall’aspetto essenziale e minimale rivestita di tessuto rosa-ciclamino e illuminata da un unico neon rosso dall’andamento curvilineo sospeso al soffitto. Fontana aveva scelto di utilizzare nuovamente il neon come elemento centrale – analogamente alla Struttura al neon per la IX Triennale di Milano – per esaltare le caratteristiche dello spazio circostante. Attraverso l’impiego di materiali tessili colorati per rivestire le pareti e il soffitto, intendeva attribuire alla luce anche una connotazione tattile. L’illuminazione al neon, presente nelle sue opere sin dagli anni ’50, si configurava come un elemento innovativo, che Fontana utilizzava per modificare la percezione dello spazio, anticipando i celebri neon di Dan Flavin (1933-1996) e le opere astratte geometriche di François Morellet (1926-2016).

L’Ambiente spaziale a luce rossa, 1967

L’Ambiente spaziale a luce rossa [67 A6] era strutturato come uno spazio labirintico. Due neon rossi, che enfatizzavano la colorazione di tutto l’ambiente, erano posizionati all’ingresso e all’uscita di un percorso composto da cinque pareti rosse, che dividevano l’ambiente.

Gli stretti corridoi provocavano un effetto straniante dovuto all’immersività di uno spazio vuoto ma stretto, angusto e di un unico colore, enfatizzando la funzione del visitatore quale elemento centrale dell’opera. Il corridoio come elemento strutturale di opere ambientali per il controllo del corpo e dei movi menti del visitatore sarebbe diventato negli anni successivi un motivo ricorrente anche nel lavoro dell’artista americano Bruce Nauman (1941).

Per “Ambienti/Environments” i tre ambienti spaziali sono stati ricostruiti per la prima volta dalla scomparsa dell’artista. Le fotografie storiche e le planimetrie dello Stedelijk Museum di Amsterdam hanno permesso di ricostruire fedelmente, nelle misure e nei materiali, l’Ambiente spaziale e l’Ambiente spaziale con neon. Per la ricostruzione dell’Ambiente spaziale a luce rossa ci si è basati sulla versione allestita al Van Abbemuseum di Eindhoven, seconda tappa della mostra.

Ambiente spaziale in Documenta 4, a Kassel, 1968

Invitato dallo storico dell’arte e curatore Arnold Bode (1900- 1977) a partecipare a documenta 4, Lucio Fontana aveva progettato un nuovo ambiente. Nel 1968 la mostra internazionale di Kassel si caratterizzava per la presenza di artisti americani che avevano preso parte con opere legate alla Pop Art, alla Minimal Art e all’arte ambientale.

Dopo l’Ambiente spaziale presentato per la Biennale di Venezia nel 1966 – uno spazio ovale completamente bianco con allestite cinque tele monocrome bianche connotate da un taglio verticale (Concetto spaziale, Attesa) e realizzato in collaborazione con l’architetto Carlo Scarpa (1906-1978) –, con Ambiente spaziale in Documenta 4, a Kassel l’artista tornava a lavorare con la sottrazione degli elementi. Il progetto prevedeva la creazione di uno spazio labirintico bianco, che conduceva a un “taglio”, come riporta una recensione del tempo: «Un’altra formulazione del silenzio è data dallo spazio di Fontana. Attraverso un dedalo di corridoi e spigoli, dipinti di un bianco vibrante come il sole, si arriva improvvisamente davanti a un grande taglio nero nel muro, l’unico segno lasciato dall’autore». Allo spettatore veniva dunque offerta un’esperienza percettiva e immersiva totale.

Ambiente spaziale in Documenta 4, a Kassel – ricostruito in diverse occasioni – negli spazi di Pirelli HangarBicocca viene

Ambiente spaziale, 1967

Nel 1967 Fontana fu invitato a partecipare alla mostra collettiva “Lo spazio dell’immagine” presso Palazzo Trinci a Foligno. L’esposizione, ideata dall’artista romano Gino Marotta (1935- 2012) e da Lanfranco Radi (1932-2006), architetto e segretario generale dell’evento, fu l’occasione per esporre le opere di diversi artisti italiani delle ultime generazioni legati a ricerche ambientali e spaziali – dall’arte cinetica e programmata all’estetica pop di Gino Marotta e Pino Pascali (1935-1968), alle sperimentazioni di Michelangelo Pistoletto (1933), uno dei primi esponenti dell’Arte Povera, movimento artistico nato proprio nel 1967 – e inserirle in un più ampio panorama internazionale. Come scrisse sulla rivista “Domus” il critico d’arte Tommaso Trini: «A Palazzo Trinci gli artisti si sono trovati a sperimentare non solo un ambiente, un problema plastico spaziale, ma anche un clima, una situazione operativa abbastanza eccitante… È diventato lo spazio dell’artista: lo spazio dell’esperienza operativa collettiva, di scambio immediato e attivo, dove gli artisti che non fanno più un’arte individuale possano finalmente non lavorare più da soli».

In questo contesto la presenza di Lucio Fontana con Ambiente spaziale [67 A1] rappresentava un riconoscimento della sua ricerca sullo spazio e degli Ambienti spaziali, evidenziandone il ruolo di anticipatore e iniziatore dell’arte ambientale. Per l’occasione, nonostante l’idea iniziale di presentare una ricostruzione dell’Ambiente spaziale a luce nera del 1949 con un elemento scultoreo sospeso al centro, come già avvenuto allo Stedelijk Museum di Amsterdam lo stesso anno, Fontana aveva concepito un lavoro a sé stante, che dialogasse con le altre opere in mostra. L’artista decise, infatti, di incentrare l’opera sull’instabilità percettiva, abbandonando la presenza scultorea e riprendendo alcuni degli elementi ottici dell’Ambiente spaziale presentato nel 1966 alla retrospettiva del Walker Art Center di Minneapolis. Illuminando con la luce di Wood una decorazione a parete eseguita con tocchi di colore fluorescente, Fontana creò traiettorie diagonali in grado di confondere la percezione dei visitatori e provocare spaesamento attraverso gli effetti visivi della combinazione di colore e la luce.

La ricostruzione di Ambiente spaziale in Pirelli HangarBicocca ripropone le misure originali del 1967, basandosi sui dati emersi dalla corrispondenza tra Lucio Fontana e gli organizzatori della mostra “Lo spazio dell’immagine” nonché sulla documentazione grafica e fotografica delle ricostruzioni postume eseguite da Gino Marotta, di cui si è conservata solo quella del 1982, parte della collezione permanente del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, dono di Teresita Fontana.

Fonti di energia, soffitto al neon per “Italia 61”, a Torino, 1961

L’intervento ambientale era stato realizzato per il Padiglione Fonti di Energia all’interno dell’Esposizione Internazionale del Lavoro tenutasi a Torino per il Centenario dell’Unità d’Italia – che si svolse nel Palazzo del Lavoro – progettato da Pier Luigi Nervi (1891-1979) con Antonio Nervi (1925-1979).

Fonti di energia, soffitto al neon per “Italia 61”, a Torino, presentata nell’omonima sala dell’edificio e commissionata all’artista dagli architetti milanesi GPA Monti (Gianemilio, Piero e Anna Monti), rispondeva ai temi della manifestazione legati alla sintesi del progresso tecnico e agli sviluppi delle fonti energetiche degli ultimi cent’anni. Come racconta Anna Monti, l’approccio di Fontana era legato al contesto delle scoperte in campo aerospaziale di quegli anni: «Al primo incontro ci parlò del lancio dell’uomo nello spazio che era avvenuto in quei giorni, di quel “cielo nero da incubo” che l’astronauta aveva visto».

L’opera consisteva in una struttura luminosa composta da tubi al neon blu e verdi, sospesi e disposti su sette livelli secondo diagonali convergenti e divergenti in una sala a pianta ottagonale le cui pareti erano rivestite con pellicola di alluminio specchiante. Benché l’intreccio luminoso apparisse geometrico e lineare, lo spazio investito dalla luce sembrava ampli ficato e la distinzione tra volume e superficie annullata. All’ingresso della stanza quattro neon fungevano da soglia luminosa invitando a percorrere l’ambiente interno, come descritto dallo storico dell’arte Guido Ballo (1914-2010): «lo spazio si dilata in funzione delle luci colorate, varia, non appena il visitatore, sempre coinvolto nella forma aperta, si sposta e cambia i punti di vista». L’opera portava a volgere lo sguardo verso l’alto e a contemplare l’effetto quasi accecante della luce nello spazio circostante.

Per la ricostruzione in Pirelli HangarBicocca di Fonti di energia, soffitto al neon per “Italia 61”, a Torino sono state mantenute le dimensioni originali del 1961 avvalendosi delle planimetrie storiche degli architetti GPA Monti. Si è scelto di non realizzare la complessa struttura del padiglione torinese, ma di proporre unicamente la sala che ospitava il soffitto al neon, come già nella ricostruzione del 1972 realizzata dagli architetti Luciano Baldessari e Zita Mosca per la retrospettiva “Lucio Fontana” tenutasi a Palazzo Reale a Milano.