Descrizione Progetto

MATT MULLICAN

dal 12 Aprile 2018 al 16 Settembre 2018 – Spazio: SHED

“The Feeling of Things” è la più grande mostra personale mai realizzata da Matt Mullican e la sua prima retrospettiva in Italia.
Attivo dagli anni Settanta, attraverso il suo lavoro, Matt Mullican (Santa Monica, California, 1951) ha incessantemente cercato di spiegare e dare struttura a ciò che lo circonda, sviluppando un vocabolario e un sistema complesso di modelli che definisce “i cinque mondi”. Ogni mondo corrisponde a un diverso livello di percezione ed è rappresentato da altrettanti colori: verde per gli elementi fisici e materici; blu per la vita quotidiana (il “mondo senza cornice”); giallo per gli oggetti che acquistano valore, come l’arte (il “mondo nella cornice”); bianco e nero per linguaggio e simboli; rosso per soggettività e idee.
Per Pirelli HangarBicocca l’artista ha concepito un’imponente struttura scultorea sulla forma delle sue iconiche cosmologie in cinque colori che occupa quasi completamente i 5.000 metri quadrati dello spazio espositivo delle Navate. I visitatori sono invitati a entrare e a percorrere questa architettura, scoprendo le migliaia di opere esposte al suo interno. Presentando un’ampia selezione di opere dagli anni Settanta a oggi, inclusi dipinti, frottage, bandiere, sculture in vetro, opere su carta, video, light box, opere a pavimento e grandi installazioni, la mostra esplora gli aspetti più ermetici e profondi della vita.
La mostra è curata da Roberta Tenconi ed è accompagnata da un catalogo, focalizzato sulla produzione fotografica di Matt Mullican, che comprende tutte le fotografie analogiche degli anni ’70 e ’80, così come i più recenti scatti digitali, che includono le vedute della mostra di Milano, realizzate eccezionalmente dall’artista stesso.

CREDITI
Location: Pirelli HangarBicocca, Milano
Artista: Matt Mullican
Mostra: “The Feeling of Things”
Allestimento: A cura di Roberta Tenconi
Progettazione e Sicurezza: Mosae s.r.l.
Team: Michele Maddalo, Alice Brugnerotto, Estefania Eekhout, Stefano Monaco
Foto: Agostino Osio
Courtesy: Artista, Pirelli HangarBicocca, Milano
Pictures in slideshow: vedute dell’installazione

Oltre ai quattro stendardi (Untitled, 1990), commissionati per gli spazi di Le Magasin a Grenoble e in Pirelli HangarBicocca installati nella Piazza che prelude al percorso espositivo, la mostra include otto banners rossi (Untitled, 1986), presentati in origine al Museum of Contemporary Art di Los Angeles, e uno stendardo di colore giallo dalla serie concepita per la Neue Nationalgalerie di Berlino (Untitled, 2006). Oltrepassata la Piazza, si dispiega la gigantesca struttura architettonica in cui si articolano le aree.

Nell’area rossa vengono presentate una serie di opere che scandagliano i meandri più remoti della psiche e della soggettività. In particolare, accanto a una cosmologia in vetro, Mullican introduce la figura di That Person, un’entità senza età e asessuata che a partire dagli anni Novanta è affiorata come alter ego dell’artista durante le sue performance in stato di ipnosi, una pratica che Mullican usa come mezzo artistico sin dalla fine degli anni Settanta per investigare lo spazio interiore e quanto non è visibile a occhio nudo. Nelle fotografie delle prime performance [presentate nell’area nera], Mullican appare in uno stato di trance autoindotto seduto davanti a un’immagine e alla presenza del pubblico. Durante queste azioni compie un viaggio mentale all’interno di un’immagine di un’opera figurativa (ad esempio una stampa di Piranesi o un dipinto di Brueghel, ma anche un suo disegno), descrivendo in modo dettagliato alla platea antistante il processo creativo e lasciando che l’immaginazione sia libera di creare virtualmente e andare oltre quanto oggettivamente visibile nell’opera esaminata: Untitled (Entering the Picture) (1973). Successivamente, avvalendosi della collaborazione di un ipnotista che lo porta a uno stato di trance, Mullican inizia una serie di performance in cui si confronta con la parte più recondita del suo inconscio. In stato di ipnosi, afferma di diventare una persona diversa da se stesso ed è sotto l’influenza di questa persona – That Person appunto – che realizza opere in stato di profonda trance, come nel caso di Untitled (Learning from That Person’s Work) [presentata nell’area rossa]. Concepito originariamente per una mostra al Museum Ludwig di Colonia nel 2005 e mostrato più recentemente alla 55a Biennale di Venezia nel 2013, questo lavoro è costituito da un grande labirinto di lenzuola su cui sono incollati una serie di disegni realizzati da That Person: un intrico di testi, numeri, immagini e diagrammi, rivelatore della psicologia e dei tratti caratteristici dell’alter ego dell’artista.

La mostra prosegue con l’area inerente il tema della comunicazione e del linguaggio, rappresentata dal colore nero. Su una serie di tavoli e bullettinboards vi è una raccolta di opere su carta che ripercorre tutta la produzione dell’artista dagli anni Settanta a oggi tra disegni, fotografie, progetti di libri, stampe, pagine di notebooks – su cui Mullican interviene con scritte o disegni – oltre a illustrazioni dei suoi celebri pittogrammi e simboli astratti (Signs e Posters). In particolare, la sezione raccoglie alcune fra le opere più significative dei suoi esordi: realizzate tra il 1973 e il 1974, sono la matrice di idee che l’artista continua a rielaborare negli anni successivi. Nella serie di collage tratti da fumetti Details from a Fictional Reality (1973) e Details from an Imaginary Universe (1973) Mullican indaga dettagli di una realtà che trascende il mondo fisico e che esiste solo come costruzione mentale, immaginando un’esistenza in un universo parallelo, come per esempio all’interno di un’immagine. Partendo da ritagli di fumetti – dettagli di una realtà raccontata all’interno di una storia – Mullican rappresenta la vita dei personaggi o degli oggetti prima che entrino a far parte della storia stessa: penetrare queste immagini diventa un modo per comprendere il significato oggettivo delle cose. Come afferma l’artista: «Tutto è astratto; è possibile costruire la realtà solo attraverso la nostra storia e cultura». In questo senso anche il concetto di morte e vita esistono come esperienza soggettiva, tema affrontato in Untitled (Dead Comic Book Characters) (1974) – collage di fumetti che mostra immagini di personaggi defunti – e Doll and Dead Man (1973). Nata da un’azione performativa svolta in forma privata, in cui Mullican cercava di definire la vita di un cadavere, ovvero di una persona che, avendo lasciato il mondo oggettivo esisteva solo come pura individualità, l’opera si compone di due fotografie: una raffigura una bambola – un oggetto che non ha mai realmente vissuto ma che nel mondo soggettivo gode di una sua vita – l’altra un cadavere – i resti fisici e materiali di una persona il cui corpo non è più vivo, ma la cui soggettività è considerata ancora vivente. Con Doll and Dead Man Mullican indaga così la differenza tra la dimensione oggettiva – la rappresentazione della realtà – e la finzione, tentando di dimostrare la soggettività dell’intera esistenza. L’opera si collega a un altro progetto in mostra, la serie di disegni a inchiostro intitolata Untitled (Stick Figure) (1974) in cui Mullican crea un personaggio immaginario di nome Glen che riduce al grado massimo di astrazione e alla più essenziale raffigurazione grafica su centinaia di fogli.

L’idea di analizzare una vita fittizia torna in Untitled (Birth to Death List) (1973), poetica descrizione della vita di un’a – nonima figura femminile dalla sua nascita alla morte in oltre duecento brevi enunciati, simili alle didascalie che accompagnano le immagini di Glen. L’opera è stata conce – pita da Mullican nell’ottobre del 1973, contemporanea – mente alla definizione della sua prima cosmologia. Per compilare la lista si è avvalso di libri di psicologia, biologia, storia e fisica. L’artista crea la prima cosmologia nel 1973 basandosi su una fantasia legata all’infanzia quando, ancora bambino, si interrogava sulla sua esistenza prima della nascita e dopo la morte: «Domandavo ai miei genitori dove fossi stato prima di nascere. […] Era una cosa a cui pensavo. Poi li interrogavo sul perché le cose accadessero in un certo modo. Era il destino a determinarle: questa era una delle risposte possibili. Naturalmente la domanda suc – cessiva riguardava la morte, perché già allora ci pensavo. E quando il destino avrebbe incontrato la morte – la mia morte – avrebbero deciso insieme dove sarei andato: in paradiso oppure giù all’inferno». Da questa prima semplice rappresentazione, che personifica le forze che determi – nano l’inizio e la fine della vita, Mullican sviluppa la sua prima cosmologia: Choosing My Parents, 1973, Untitled (Details of Fates Control Panel), 1973, Overall Chart, 1975. Nel corso degli anni l’artista ha disegnato e ridisegnato centinaia se non migliaia di volte questo primo modello di cosmologia legato al destino individuale, insieme alla successiva versione del 1983 nella quale decodifica l’intero universo con la teoria dei “Cinque Mondi”.

La sezione della mostra dedicata al linguaggio include anche una serie di “libri”, opere in cui Mullican affianca testi, appunti, disegni a immagini fotografiche prese da internet o da altre pubblicazioni. Presentati in singole pagine fissate mediante puntine sui bullettinboards, i libri includono Notating the Cosmology (1973-2008), Untitled (Histoire Illustrée de la Fonction Cérébrale) (2011), The Meaning of Things (2014), Illustrated Anthology of Sorcery. Magic and Alchemy (2016), Man and His Symbols (2016).

Nell’area gialla – posta al centro del percorso espositivo – l’artista indaga il mondo dell’arte, della scienza e della cultura installando una serie di lavori in dimensioni e materiali differenti che ripropongono la struttura dell’intera mostra, come se ci trovassimo in un grande caleidoscopio. Tra queste, The M.I.T. Project (1990), opera centrale per la definizione del percorso espositivo, segna il passaggio dalla rappresentazione simbolica del mondo all’esposizione della realtà stessa, attraverso oggetti e materiali di diversa natura organizzati secondo un ordine prestabilito. All’interno della struttura gli oggetti sono a loro volta disposti nelle cinque zone interconnesse, o cinque livelli di significato. I diversi livelli di percezione, dal tangibile (o materiale) all’intangibile (o spirituale), sono anche rappresentati per mezzo dei cinque colori (verde per oggetti materiali e primari, legati a elementi naturali; blu a rappresentare la vita di tutti i giorni, la città, ma anche la natura; giallo – nella parte centrale – a rappresentare le arti e le scienze; nero per il linguaggio, mentre il semicerchio di muri rossi rappresenta il livello del significato puro e spirituale). La sezione gialla include mol – teplici opere, tra cui: la struttura in tessuto Nomadic Pavilion (1993), il modello in legno Untitled, City Plan (Based on Overall Chart) (1989), la cosmologia in vetro Untitled (City Chart with Picture) (2001) e l’opera posta direttamente a pavimento Untitled (7 Signs with City Chart) (1992).

Deputata al mondo della vita quotidiana, la sezione blu è composta da una serie di lavori incentrati sul tema della città. A partire dagli anni Ottanta l’artista espande i suoi diagrammi cosmologici (Charts) a comprendere la mappa di una città fit – tizia, sia con vedute generali sia con dettagli di edifici. Attraverso la mappa di una città – che Mullican sviluppa con la più estesa varietà di materiali, dal disegno su carta, al gra – nito, all’arazzo Gobelins ma soprattutto attraverso immagini generate al computer – l’artista declina il suo modello concet – tuale all’interno di uno spazio ideale e ordinato. Sin dal 1986, grazie alla collaborazione con la società infor – matica di Hollywood Digital Productions, avvalendosi di un potente computer Mullican progetta la mappa virtuale di una sua città ideale, sviluppata su una superficie di 18 chilometri quadrati e suddivisa in cinque distretti associati a uno dei cinque colori della cosmologia. Computer Project (1986- 90) – questo il titolo del progetto – ricreava dunque la cosmologia come fosse il paesaggio e l’architettura di una città fatta di strade, edifici governativi ma anche ristoranti, teatri, ospedali e, scendendo nel dettaglio, interni di abitazioni, con mobili e suppellettili. Per farlo utilizzava un medium assolutamente innovativo, anticipatore delle ricerche sulla realtà virtuale e l’intelligenza artificiale. In mostra vengono presentati, tra gli altri Untitled (1989), una serie di lightbox con vedute generate al computer e tratte da questo progetto, scatti originariamente esposti in occasione di una mostra al MoMA di New York nel 1989.

Fanno parte dell’area blu una serie di film e video dell’artista, dalle prime sperimentazioni in Super 8 negli anni Settanta, con cui Mullican descriveva il mondo circostante, al celebre Elevated (2005), poetico ritratto della città di New York composto a partire da materiale girato preesistente, risalente al 1935 e con musiche di David Lang, fino a Five into One (1991-92), viaggio virtuale compiuto da Mullican all’interno della sua città virtuale. Quest’ultimo lavoro è un’ulteriore evoluzione di Computer Project: grazie a una tecnologia più avanzata Mullican costruisce un ambiente virtuale, tridimensionale e navigabile. Tuttavia, data la complessità e i costi insostenibili per portare all’interno di un museo il computer che sviluppa in tempo reale il progetto, l’artista decide di girare due estratti video di un suo viaggio all’interno della città e di presentarli su monitor accompagnati da un testo omonimo in cui descrive il percorso compiuto. Accanto a una serie di opere in vetro e granito che rappresentano modelli di città, Mullican ha costruito nell’area blu anche un box giallo che rappresenta uno spazio domestico quotidiano. Non accessibile al pubblico e visibile solo dall’esterno, l’ambiente ricorda il set di una performance e include gli oggetti ed elementi d’arredo che caratterizzano la vita e le passioni della personificazione immaginaria dell’artista (fra cui una radio, alcuni quotidiani, una macchina del caffè, un tavolo, un letto, un lavandino, una pentola, una sedia). Sono inoltre presentate due opere degli anni Settanta, centrali nella produzione dell’artista. Nate in stretta connessione con la serie di disegni legata a Stick Figure (1973-74), sono due sculture in cui Mullican riduce la rappresentazione figurativa all’essenziale. Head and Body (1973) e Sleeping Child (1973) consistono infatti di un semplice pezzo di legno, prima affiancato a uno più piccolo e poi, nel secondo caso, accostato a un cuscino posto a terra. Ulteriore astrazione di un soggetto reale, entrambe le opere sono strettamente correlate alla capacità soggettiva di provare empatia per oggetti e immagini inanimate. L’artista vi attribuisce qualità umane, proiettandovi l’esperienza soggettiva (e immaginando l’esperienza corrispondente).

La grande struttura tridimensionale allestita nelle Navate di Pirelli HangarBicocca si conclude con l’area verde, che nella cosmologia di Matt Mullican rappresenta il mondo naturale della materia e degli elementi. Qui l’artista mostra una selezione di opere affini al tema, come i Melted Objects, insieme a una serie di readymade, come esemplari di macchine e modelli legati all’impiego del vapore e alla produzione di elettricità, ma anche ossa, animali impagliati, insetti e semi, pietre e minerali. Si tratta di soggetti amati dall’artista e ricorrenti in diversi dipinti e opere su carta spesso collezionati da Mullican e inclusi nelle sue installazioni. Come spesso accaduto in precedenti esposizioni, l’artista attinge questi oggetti dalle collezioni di musei cittadini, in questo caso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci e il Museo Civico di Storia Naturale di Milano. L’area verde include anche due delle prime opere di Mullican, Light Patterns (1972) e Light Patterns Under Green Light (1972). Concepita quando ancora era studente a CalArts, e considerata da Mullican la sua prima opera matura, Light Patterns esplicita le sue ricerche attorno alla nozione di luce come fenomeno psicologico e simbolico di percezione. Esponendo cartoncini di carta colorata a differenti fonti di luce (dal buio totale a luce di colore diverso), Mullican mostra come il colore dipenda dalla luce e dalla nostra percezione, indagando la relatività dell’esperienza della realtà.

Il percorso espositivo si chiude nello spazio separato del Cubo, completamente coperto di rubbings, dipinti eseguiti con una tecnica per sua stessa natura rimanda a una matrice iniziale di cui è la riproduzione. Eseguiti per la prima volta nel 1984, da allora sono diventati una costante nella produzione dell’artista, che varia i soggetti spaziando dai simboli ai segni astratti, stilizzazioni della cosmologia dei “Cinque Mondi”, parole e figure chiave della sua simbologia, immagini riferite ai fumetti o tratte da internet (Yellow Monster, 2017), fino a includere rappresentazioni di luoghi o macchinari tecnici legati all’idea di scambio, spostamento, trasformazione, trasferimento di energia o di conoscenza (come stazioni ferroviarie, ma anche teatri, musei, biblioteche, generatori elettrici o macchine a vapore). «Quella che si compie è una pseudo-storia, dal momento che nel mio studio conservo la matrice – il rilievo – e quello che mostro nello spazio espositivo è un’immagine – il rubbing – originata da un elemento che sta in un luogo diverso. La relazione fra matrice e stampa origina in un certo senso una storia fittizia. La tecnica del rubbing non è né pittura né disegno o stampa: nessuno e al contempo tutti questi media messi insieme. È un’immagine retinica nell’accezione che Platone elaborò per definire l’ombra. Ciò che io osservo, quello che qualsiasi occhio percepisce, altro non è che un’immagine sulla retina: ma il mondo reale non è così. Il rubbing rappresenta quello che l’occhio vede; è il rilievo».

Tra gli oltre settanta rubbings che ricoprono le pareti del Cubo, risulta di particolare impatto Dallas Project (1987). Originariamente concepita per il Dallas Museum of Art e presentata qui nella sua terza versione – Dallas Project (Third Version), 1987 – l’opera si compone di 416 fogli in bianco e nero e al suo interno raccoglie l’intera cosmologia di Mullican, dai segni che rappresentano il cielo, Dio, la vita prima della nascita, il fato, il destino e la morte, al mondo della comunicazione e della tecnologia, all’illustrazione dell’Opéra di Parigi, o di lavori e attività performative come la danza o la musica, fino alla visione della città e della vita familiare. Tra gli altri grandi cicli presenti nel Cubo vi sono Untitled (Cosmology) (1984), cosmologia impressa su un lenzuolo e per certi versi ennesima matrice della struttura della mostra, e Untitled (Two into One becomes Three) (2011), imponente opera in giallo e nero originariamente presentata al Centre Pompidou-Metz. Al centro della stanza, infine, su 49 tavoli bassi, l’artista ha disposto le 449 tavole di Untitled (New Edinburgh Encyclopedia Project) (1991). Costituita da rilievi delle pagine di un’enciclopedia del 1825 posseduta da Mullican e replicata su tavole di magnesio, l’opera rappresenta un compendio di informazioni, un sistema compiuto di conoscenza e quindi essa stessa una cosmologia.