Descrizione Progetto

MIROSLAW BALKA

dal 16 Marzo 2017 al 30 Luglio 2017 – spazio: NAVATE

“CROSSOVER/S” è la prima retrospettiva italiana di Miroslaw Balka (Varsavia, 1958), artista tra i più rilevanti degli ultimi trent’anni che pone al centro del suo lavoro l’indagine sulla natura dell’uomo e sulla memoria individuale e collettiva. Attraverso una riflessione sulla storia dell’Europa e della Polonia, dove l’artista vive e lavora, Balka prende spunto da elementi ed eventi della propria biografia per realizzare opere che affrontano temi universali con grande potenza evocativa.
Dagli inizi degli anni ‘90, Miroslaw Balka abbandona le forme antropomorfe, che avevano caratterizzato gli esordi della sua carriera artistica, per creare opere che rappresentano oggetti simbolici quali letti, pedane e fontane. Balka concepisce questi lavori anche attraverso l’uso di materiali comuni come legno, sale, cenere, sapone, cemento e acciaio, utilizzando spesso come unità di misura le dimensioni del proprio corpo.
La mostra raccoglie quindici lavori – tra sculture, installazioni e video realizzati dagli anni ‘90 a oggi – in un percorso immersivo caratterizzato da incroci fisici, simbolici e temporali, dove anche la luce e l’oscurità assumono un ruolo centrale e in cui lo spettatore prende coscienza della propria presenza e funzione nello spazio.

CREDITI
Location: Pirelli HangarBicocca, Milano
Artista: Miroslaw Balka
Mostra: “CROSSOVER/S”
Allestimento: a cura di Vicente Todolí
Ingegnerizzazione: MOSAE srl
Team: Michele Maddalo, Alice Brugnerotto, Anna Colombo. Special consultant Stefano Monaco
Foto: Attilio Maranzano
Courtesy: Miroslaw Balka e Pirelli HangarBicocca, Milano
Pictures in slideshow: vedute dell’installazione

Holding the Horizon, 2016

Nella sua semplicità, Holding the Horizon mostra lo scorrere di una linea gialla orizzontale su uno sfondo nero. Collocata sulla parete d’ingresso dello spazio espositivo, l’opera dialoga con la monumentalità dell’ambiente circostante e, come suggerisce il titolo, ne definisce uno dei possibili orizzonti. Mentre lo scorrere continuo e sempre uguale della linea è percepibile solo grazie alle imperfezioni della ripresa, che svelano la fragilità e al tempo stesso l’intensità del gesto. Miroslaw Balka usa il video come tecnica espressiva a partire dal 1998, quando furono messe in commercio videocamere compatte e maneggevoli. Al pari dell’impiego di materiali e oggetti quotidiani per le sue sculture, l’uso della videocamera viene inteso dall’artista come possibile estensione del proprio corpo. I video di Balka hanno uno stile fortemente connotato; non editati e frammentari, si compongono di brevi sequenze reiterate in modo continuo sullo schermo, senza la possibilità di definirne l’inizio o la fine. «È come se la videocamera fosse una specie di aspirapolvere», spiega l’artista. «Scelgo un posto da aspirare e poi raccolgo lo sporco e gli oggetti disseminati tutt’intorno, scarti che non hanno un significato particolare. Poi me ne torno a casa e rovescio il contenuto del sacco dell’aspirapolvere su un grande tavolo. Passo tutto al setaccio e faccio una selezione. Quindi organizzo i frammenti che ho trovato in modo che non passino più inosservati».

BlueGasEyes, 2004

Il medesimo approccio si ritrova in tutti i video di Balka, dove spesso l’immaterialità dell’immagine è messa in correlazione con le modalità e lo spazio in cui viene proiettata. Nelle altre due proiezioni in mostra – BlueGasEyes e mapL – l’artista ribalta la classica visione frontale cinematografica, proiettando le immagini a pavimento su una struttura metallica riempita di sale. Quest’ultimo è un elemento intrinsecamente legato alla materialità del corpo umano; oltre a essere in grado di mantenere e conservare forme organiche, il sale è infatti simbolo di purezza.

Come un disegno fuori scala, mapL mostra la pianta della città di Lublin, in cui i luoghi deputati alle esecuzioni di massa sono indicati da rettangoli rossi e neri. Le forme, i colori e il movimento discontinuo della ripresa evocano i tratti estetici distintivi del Costruttivismo, la corrente artistica nata in Russia nel 1917, impegnata nell’elaborazione di un’arte dalla forte valenza sociale. Con quest’opera Balka analizza i linguaggi espressivi solitamente associati alla propaganda adottata da regimi totalitari nel corso della storia, che si sono appropriati di forme visive astratte per veicolare messaggi ideologici.

Disposta in prossimità del muro perimetrale delle Navate, la doppia proiezione BlueGasEyes porta invece lo spettatore in una dimensione domestica. Le riprese mostrano due fornelli accesi, le cui immagini appaiono talvolta fuori fuoco e instabili. L’esperienza visiva dell’opera è posta in relazione diretta con le modalità di ripresa delle immagini: il calore delle fiamme ha di fatto condizionato la resistenza delle mani dell’artista durante la registrazione e di conseguenza l’inquadratura. Anche il rumore prodotto dalla combustione del gas concorre ad amplificare la precarietà della scena.

Common Ground, 2013/2016

L’installazione è composta da 178 zerbini, che l’artista ha raccolto in molte case in un quartiere povero di Cracovia, in cambio di nuovi. Balka li dispone a terra in modo da formare un unico tappeto: Common Ground è una riflessione sull’idea di soglia, tema ricorrente in molte sue opere. Un oggetto quotidiano, come uno zerbino, utilizzato per segnalare simbolicamente il passaggio e il confine tra la dimensione pubblica esterna e quella privata dell’interno, perde il suo ruolo originario di elemento di transito e viene percepito dai visitatori come uno spazio invalicabile e di separazione. Con questo espediente l’artista approfondisce ulteriormente la sua indagine sul significato di dimensione intima e domestica in relazione a una possibile intromissione.

Wege zur Behandlung von Schmerzen, 2011

I visitatori sono sovrastati dalla potenza fisica, visiva e sonora di quest’opera formata da un’enorme vasca metallica nella quale piove un getto continuo di acqua tinta di nero, la cui eco rimbomba nelle Navate di Pirelli HangarBicocca.

La sua monumentalità pone a confronto l’installazione con gli altri lavori esposti, di grandezza più contenuta, portando il pubblico a relazionarsi con questi in maniera differente: la verticalità di Wege zur Behandlung von Schmerzen induce a sollevare la testa e lo sguardo, mentre l’orizzontalità di Common Ground, per esempio, porta l’osservatore ad abbassarli verso il pavimento.

Presentata nel 2011 presso il Four Domes Pavilion di Breslavia in occasione dello European Culture Congress, Wege zur Behandlung von Schmerzen è stata concepita dall’artista come “anti-fontana”: la struttura incombente e l’acqua nera – e quindi potenzialmente inquinata – rappresentano il rifiuto dell’idea di spazio pubblico, dove solitamente sono collocate le fontane, come luogo di aggregazione e celebrazione.

Allo stesso modo queste caratteristiche sovvertono l’immagine della fonte di guarigione trasmessa dalla tradizione letteraria. Come ricorda Balka, «In molte culture l’acqua è connessa alla guarigione. Esistono racconti della tradizione che narrano di giovani che lasciano la casa natale in cerca di sorgenti miracolose per salvare i propri amati dalla malattia o dalla morte».

Attraverso il titolo in tedesco – “percorsi per il trattamento del dolore” – l’artista riflette ulteriormente su questo tema, legandolo alla memoria collettiva di un dolore passato, che può essere superato solo rendendolo evidente.

To Be, 2014

To Be si connota per la sua verticalità e per il suo movimento, caratteristiche che lo accomunano a Yellow Nerve, l’opera installata nel Cubo. Il suono prodotto dai colpi di una molla di metallo sul pavimento attira l’attenzione del visitatore, facendogli percepire la presenza di questa scultura mobile sospesa nello spazio. L’intera struttura è percorsa da un moto costante e sinuoso, che progressivamente accumula intensità ed energia, poi rilasciata con un colpo secco al suolo. Questo ciclo di alternanza tra momenti di quiete e tensione sembra evocare possibili stati di violenza latente.

Cruzamento, 2007

Concepita nel 2007 per gli spazi esterni del Museu de Arte Moderna di Rio de Janeiro, l’opera si compone di due lunghi corridoi delimitati da griglie di acciaio che si intersecano per formare un incrocio – cruzamento in portoghese. Da un contesto urbano, l’artista ha riadattato questa scultura per gli spazi museali della Staatliche Kunsthalle Karlsruhe per la sua mostra “Wir sehen dich” nel 2010, creando un corridoio di più di 100 metri di lunghezza che attraversa le otto gallerie dedicate alla pittura tedesca antica. L’opera modifica la fruizione dei dipinti da parte del pubblico, che può accedere alle sale solo da ingressi predefiniti o ammirare i dipinti unicamente attraverso le grate metalliche. La disposizione spaziale entro cui i visitatori sono costretti a muoversi mette in rilievo la loro presenza fisica nello spazio espositivo e apre a nuove relazioni con i soggetti raffigurati nei quadri, prevalentemente di carattere religioso.

In Pirelli HangarBicocca l’opera è collocata al centro delle Navate, interrompendo la fruizione abituale dello spazio e alterando la consueta relazione visitatore/opera. Varcando la soglia della struttura il visitatore viene investito da un forte getto d’aria proveniente da cinque ventilatori industriali, una “doccia” invisibile che lo rende consapevole della transizione che sta compiendo. A proposito di questo specifico momento l’artista afferma che «è una sorta di momento di purificazione, di pulizia del corpo».

A partire dagli anni Novanta Balka realizza passaggi, corridoi e passerelle che conducono il visitatore da un punto all’altro di uno spazio fungendo sia da soglie sia da elementi di sospensione. Lo stesso Cruzamento dà forma a una sorta di rituale di transizione sottolineando l’atto del camminare e quello del guardare; come nel caso di 250 x 700 x455, ø 41 x 41 / Zoo/T, lo spettatore fruisce l’opera sia dal suo interno sia dal suo esterno: osserva ed è osservato, ponendosi quindi in un duplice ruolo.

In Periphery of Space Suga utilizza i concetti di “centro” e “periferia” per ampliare la sua analisi sul “confine” e indagare la differente presenza fisica dei materiali in relazione all’ambiente circostante. L’opera è costituita da un perimetro circolare formato da un rotolo di carta, sui cui bordi e al cui interno sono poste diverse pietre.

400 x 250 x 30, 2005

Un assemblaggio di materiali – metallo e legno – forma questa installazione simile a una grande piattaforma mobile, collocata a pavimento. Il visitatore è invitato a salire ma, percorrendola, 400 x 250 x 30 rivela la sua instabilità. Poggiata solo su un perno, a ogni minimo movimento la struttura si sbilancia, mettendo alla prova l’equilibrio di chi la sta attraversando, producendo una sequenza sonora e ritmica. Balka dà luogo a un’esperienza che mette in evidenza la fragilità e la vulnerabilità dell’uomo, coinvolgendo il corpo, i suoi movimenti e sensi. Il visitatore è indotto «non soltanto a osservare, ma anche a porre attenzione ai movimenti del proprio corpo».

 7 x 7 x 1010, 2000

Sviluppata in verticale nello spazio espositivo per un’altezza di oltre 10 metri, la scultura è stata realizzata raccogliendo presso alcuni abitanti di Varsavia centinaia di saponette usate. Impiegando questo oggetto comune che fa parte della ritualità giornaliera di ognuno, l’artista mette in luce la dimensione collettiva di azioni quotidiane, legate alla propria intimità e fisicità, come quella della cura del corpo: ogni individuo lascia le proprie tracce toccando le saponette, che gradualmente si degradano fino a sparire. Con 7 x 7 x 1010 Balka rievoca la memoria dei precedenti proprietari delle saponette, alludendo alla loro presenza sotto forma di tracce corporee, e la collega a quella di ogni visitatore, che assocerà l’opera a un’abitudine familiare e privata, ma al tempo stesso collettiva.

250 x 700 x 455, ø 41 x 41 / Zoo / T, 2007/2008

Esposta per la prima volta nel cortile dell’Irish Museum of Modern Art di Dublino in occasione della mostra personale dell’artista, 250 x 700 x 455, ø 41 x 41 / Zoo / T si compone di una struttura metallica ottagonale le cui linee e diagonali ricordano lo scheletro di un edificio. Una lampadina illumina fievolmente l’opera e ne definisce i contorni, mentre sul pavimento è posto un recipiente ricolmo di vino rosso. Il visitatore si trova in una relazione ambigua con l’opera, che con la sua forma a gabbia si pone come barriera fisica e al tempo stesso invita l’osservatore ad avventurarsi al suo interno per scoprirne le componenti.

L’opera riproduce in scala lo zoo costruito nel 1943 nel campo di sterminio di Treblinka, commissionato dal capo comandante delle SS per l’intrattenimento della sua famiglia e degli ufficiali. Nella parte superiore vi era una colombaia e in quella sottostante erano rinchiuse volpi e altri animali di grandi dimensioni. Partendo dalle poche fotografie in bianco e nero rimaste, Balka ridimensiona le misure dello zoo in relazione a quelle del suo corpo: la sommità della struttura, per esempio, corrisponde all’altezza massima che l’artista può raggiungere alzando le braccia sopra la testa.

250 x 700 x 455, ø 41 x 41 / Zoo /T è un’opera densa di significati e di questioni centrali della poetica di Balka. Il vino rosso – uno dei simboli più iconici della religione cattolica, associato al sangue di Cristo – è presentato in un flusso costante. Il ricircolo di liquidi è un motivo ricorrente nella pratica dell’artista e richiama le funzioni organiche del corpo umano. Anche in questo caso, attraverso l’utilizzo di materiali specifici e di simboli, l’opera evoca un immaginario legato ai momenti più paradigmatici e tragici della storia europea e in particolare all’Olocausto. Senza imporre alcuna rappresentazione, l’artista invita a riflettere e a vivere fisicamente luoghi o momenti non più esistenti, sottolineando uno degli aspetti più paradossali della vita in un campo di sterminio: l’intrattenimento.

 Soap Corridor, 1995

Nel 1993 Balka è invitato a rappresentare la Polonia per la 45a Biennale d’Arte di Venezia; tra i lavori che realizza per l’occasione c’è Soap Corridor, una delle sue opere più significative. Se negli spazi della Biennale l’artista ricopriva con un leggero strato di sapone le pareti del corridoio d’ingresso del Padiglione Polacco, per “CROSSOVER/S” presenta una nuova versione dell’opera, creando un ambiente le cui dimensioni sono modulate secondo quelle del proprio corpo.

A un primo sguardo l’opera appare come uno spazio vuoto, ma percorrendola il visitatore avverte un odore pungente, riconducibile al materiale di cui sono intrise le pareti. Il sapone è un elemento centrale nella pratica dell’artista e dai molteplici significati: è infatti il primo prodotto di consumo con cui veniamo lavati appena nati ma è anche l’ultimo con cui entra in contatto il corpo, segnando due momenti cruciali dell’esistenza.

In una riflessione sul tempo e sull’esperienza dell’opera, Balka definisce questo corridoio come «uno spazio tra gli spazi che ha solo due funzioni: quelle di condurci avanti o indietro».