Descrizione Progetto

PETRIT HALILAJ

dal 3 Dicembre 2015 al 13 Marzo 2016 – Spazio: SHED

“Space Shuttle in the Garden” presenta una selezione di opere di Petrit Halilaj (Kosovo, 1986) realizzate nel corso degli ultimi sette anni, oltre a opere riadattate e a nuove produzioni concepite appositamente per l’occasione.
Partendo dal vissuto e dalla storia personale dell’artista e dai cambiamenti del suo paese d’origine, il progetto espositivo approfondisce temi universali come la memoria, la ricerca di identità, il concetto di casa come luogo di condivisione e spazio individuale, fino a toccare aspetti legati alla collettività e alla creazione e conservazione di un patrimonio culturale condiviso.
La mostra è soprattutto un viaggio nell’universo e nella mitologia dell’artista. A metà tra immaginazione e realtà, le opere di Petrit Halilaj raccontano un mondo familiare e surreale al tempo stesso: sculture, disegni, performance, video e installazioni indagano i cambiamenti della storia e il contesto che ci circonda, in un continuo rimando tra memoria e attualità, realtà e utopia, relativo e assoluto. Ogni opera, pur attingendo a eventi e storie del passato e del presente, è tutta proiettata nel futuro poichè accoglie aspettative e desideri dell’artista, anticipando visioni e sogni che nella realtà devono ancora avverarsi.
Posta all’esterno di Pirelli HangarBicocca, l’opera They are Lucky to be Bourgeois Hens II (2009) è l’ingresso ideale alla mostra: un razzo spaziale elegantemente dipinto al suo interno di blu Klein e abitato da galline – soggetto ricorrente nel lavoro dell’artista – invita alla scoperta di un mondo nuovo, tutto da inventare. L’installazione crea un microcosmo dove il pubblico partecipa osservando, ma senza mai potervi accedere: un contesto familiare e al tempo stesso la prospettiva capovolta di uno sguardo che proviene dallo spazio. La nuova casa di famiglia a Pristina, la cui struttura portante era stata ricostruita in scala reale in occasione della Biennale di Berlino nel 2010, assume una veste del tutto inedita in Pirelli HangarBicocca.

CREDITI
Location: Pirelli HangarBicocca, Milano
Artista: Petrit Halilaj
Mostra: “Space Shuttle in the Garden”
Allestimento: a cura di Roberta Tenconi
Ingegnerizzazione: MOSAE srl
Team: Michele Maddalo, Alice Brugnerotto. Special consultant Stefano Monaco
Foto: Agostino Osio
Pictures in slideshow: vedute dell’installazione

They are Lucky to be Bourgeois Hens II, 2009

Posta all’esterno dello spazio espositivo, They are Lucky to be Bourgeois Hens II [Loro sono fortunate a essere galline bor – ghesi II] funge da ingresso ideale alla mostra: un rudimentale razzo spaziale che evoca il desiderio di un viaggio alla sco – perta di altre realtà. L’interno appare come una volta celeste di colore blu Klein e ospita alcune galline – motivo ricorrente nella pratica di Petrit Halilaj – che possono liberamente acce – dere alla mostra, convivendo con le opere proprio come i visi – tatori, eliminando ogni forma di gerarchia tra esseri viventi. Un’azione che richiama gli interventi degli artisti dell’Arte Povera, che alla fine degli anni Sessanta in Italia portarono la natura negli spazi dell’arte. È il caso per esempio dell’opera 12 cavalli di Jannis Kounellis, che nel 1969 presentò alla galleria L’Attico di Roma un’installazione in cui alcuni cavalli vivevano all’interno dello spazio espositivo. Come spesso accade nelle opere di Halilaj, il titolo del lavoro è tratto dai suoi scritti e allude a una riflessione – in tono anche ironico – sul desiderio di cam – biamento, associando agli animali un valore di classe abitual – mente attribuito all’uomo, quello borghese. Abitanti di una società in miniatura, le galline ambiscono a una vita diversa e aspirano a integrarsi in un nuovo contesto. L’idea dell’opera ha origine da una conversazione dell’artista con la sorella Blerina e per la sua realizzazione Halilaj chiede ad amici e parenti della cittadina di Runik di costruire, seguendo le sue istruzioni, un razzo spaziale che funga anche da pollaio. La struttura è creata con gli stessi materiali utilizzati per edificare la casa di famiglia e l’impresa viene documentata in un video. Nei mesi seguenti il lavoro viene esposto al Center for Contemporary Art Prishtina, assumendo così una nuova vita come opera d’arte. L’installazione a forma di razzo è l’evoluzione del progetto They are Lucky to be Bourgeois Hens iniziato nel 2008 nel contesto di “Art is my Playground”, una mostra collettiva organizzata all’interno di un luna park a Istanbul. In quell’occasione Halilaj presentò una serie di sculture costituite da acqua, ferro, legno e objet trouvé, costruendo una sorta di parco a tema per galline e per undici giorni condivise lo spazio e gli oggetti con loro. Tra le opere in mostra era presente una scultura composta da un acquario posto su un piedistallo in ferro a forma di zampa di uccello e al cui interno si muoveva sinuosa la piuma di un gallo, azionata dallo spostamento dell’acqua generato dai motori dell’acquario. In Pirelli HangarBicocca l’opera intitolata They are Lucky to be Bourgeois Hens [Loro sono fortunate a essere galline borghesi] è esposta all’ingresso dello stretto corridoio che conduce i visitatori nello spazio e al quale anche le galline, che abitano il razzo spaziale, possono accedere.

 The places I’m looking for, my dear, are utopian places, they are boring and I don’t know how to make them real (2010-2015)

Realizzata nel 2010 in occasione della 6ª Biennale di Berlino, e ripresentata a Milano per la prima volta, l’installazione è composta dai casseri in legno utilizzati per la costruzione della nuova casa a Pristina, la capitale in cui la famiglia di Petrit Halilaj ha deciso di trasferirsi dopo aver vissuto anni a Runik. Come un negativo, la struttura – calco dell’edificio originale – occupa lo spazio espositivo generando dei vuoti che definiscono diversi ambienti.

Durante la sua prima esposizione, The places I’m looking for, my dear, are utopian places, they are boring and I don’t know how to make them real [I luoghi che io cerco, cara mia, sono luoghi utopici, sono luoghi noiosi e non so come farli diventare veri] era abitata da un gruppo di galline e attraversava due piani dell’edificio del Kunst-Werke, una delle sedi della Biennale. Liberi di muoversi in tutta la superficie dell’installazione, gli animali rimandavano all’idea di rinascita e ricostruzione di cui l’opera è testimone. Diversamente dall’installazione del 2010, in cui alla base dell’armatura erano presenti dei mattoni che alludevano a una storia di mafia locale legata ai permessi di costruzione, in questa nuova veste l’opera, privata di questi elementi, è invece il risultato di un’evoluzione che rispecchia i cambiamenti avvenuti da allora.

Rispetto alla sua prima esposizione, in Pirelli HangarBicocca l’opera è presentata frammentata ed esplosa su diversi livelli. Il nucleo centrale dell’installazione si sviluppa attorno all’insieme delle aree comuni della casa, come la cucina e il salotto, mentre tutti gli ambienti che rimandano a una dimensione individuale e intima del vissuto si staccano e sono disposti singolarmente, generando una costellazione di volumi che intersecano l’architettura del luogo espositivo. Alcuni degli elementi sembrano estendersi oltre i limiti dello spazio in cui sono inseriti. L’installazione è connotata da un forte carattere grafico: linee rette e perpendicolari, angoli e volumi, dialogano con la totalità dello Shed e delle opere, creando un percorso di visioni e prospettive che caratterizza tutta la mostra.

La casa, intesa sia come luogo fisico sia come spazio interiore di condivisione e di appartenenza, è uno dei motivi ricorrenti nell’o pera di Halilaj, che nel 2011 presenta Kostërrc (CH). Per la realizzazione di questo progetto, l’artista aveva trasportato una sezione del terreno su cui sorgeva la casa di famiglia in Kosovo e con essa aveva riempito lo stand della sua galleria ad Art Basel, spostando del suolo proveniente da un paese dallo statuto politico-giuridico incerto in uno neutrale come la Svizzera.

Il gesto di lasciare un vuoto e riempire un nuovo spazio si relaziona in modo diretto al vissuto dell’artista e ai suoi frequenti spostamenti e al tentativo di adattarsi a una nuova realtà pur mantenendo la propria identità. L’atto di sottrarre ed esporre in modo del tutto fuori contesto il blocco di terra, che apparentemente ricorda gli interventi della Land Art, fa piuttosto riferimento alle problematiche sociali e culturali connesse alla neonata Repubblica del Kosovo e all’esodo della sua popolazione.

Traccia di un desiderio carico di attese e aspettative, sentimenti che precedono qualsiasi spostamento in una nuova città, The places I’m looking for, my dear, are utopian places, they are boring and I don’t know how to make them real dà vita a un affresco familiare, in cui memoria e futuro si uniscono per comporre storie e racconti inediti che ripercorrono anche le evoluzioni delle vite dei suoi abitanti. Come per molte opere dell’artista che coniugano e ricreano manufatti appartenenti al suo vissuto, l’installazione mostra la ricerca di Halilaj verso la riconsiderazione della perdita e la definizione dell’identità profonda dell’individuo. Durante una conversazione con la sorella l’artista afferma: «Non posso vivere senza rivolgere l’attenzione alla mia casa, perché è come noi: piena di errori».

26 Objekte n’ Kumpir (2009)

L’installazione 26 Objekte n’ Kumpir si presenta come un’imponente struttura di rami e terriccio sostenuta a mezz’aria da esili sostegni. Al suo interno sono nascoste teche di vetro, poggiate su lastre di rame, in cui sono disposti ventisei oggetti di uso comune, modellati in vari materiali dall’artista, repliche di quelli realizzati e abitualmente usati dal nonno paterno. Materiali naturali e considerati poveri, come terra, legno e metalli, sono spesso utilizzati da Halilaj per creare ecosistemi organici, che conservano simbolicamente ricordi e oggetti connessi alla sua storia personale.

Simile per matericità e per scelta di colori, uno dei lavori più significativi è I’m hungry to keep you close. I want to find the words to resist but in the end there is a locked sphere. The funny thing is that you’re not here, nothing is [Ho fame di te, voglio trovare le parole per resistere ma alla fine c’è solo una sfera chiusa. La cosa divertente è che tu non sei qui, nulla c’è], realizzato nel 2013 per il padiglione del Kosovo alla Biennale di Venezia: un nido fuori scala si trasforma in un ambiente sicuro, popolato da due canarini, un rifugio intimo, il cui interno è visibile solo attraverso delle aperture nella sua struttura. Entrambe le opere sono caratterizzate dalla relazione tra interno ed esterno, tra scoperta e stratificazione, tra ruvidità e preziosità.

Con l’opera 26 Objekte n’ Kumpir Halilaj, che all’epoca viveva già a Berlino, affronta e mette in luce la distanza che lo separa dalla sua famiglia. Replicando a memoria oggetti quotidiani, legati alle abitudini familiari – tra cui bastoni da passeggio, calzature e cornici creati dal nonno – l’artista tenta di sviluppare una nuova forma di comunicazione non verbale ma legata al fare. Posti sotto teche di vetro e illuminati da neon, come opere di un museo, gli oggetti vengono bloccati e cristallizzati nel tempo: «Non desidero altro che essere lì in mezzo a voi, non dimenticarvi. Ma voi non dovete cambiare neppure un dettaglio della vostra vita», afferma l’artista in una conversazione con la sorella Blerina. Il lavoro evidenzia le emozioni legate alla memoria e ai possibili e inevitabili cambiamenti che il tempo porta nella realtà e nelle dinamiche affettive e familiari.

Questa riflessione viene ampliata ulteriormente nel testo scritto a mano dall’artista su tre fogli appesi vicino all’opera: in esso Halilaj indaga la mancanza di comunicazione verbale tra individui di una stessa famiglia e i processi di creazione del linguaggio, che si possono manifestare anche attraverso la produzione di oggetti. I fogli appaiono come pagine strappate da un diario personale, in cui errori grammaticali e cancellature evidenti mettono in luce la dimensione intima del testo e le modalità della sua stesura, mescolando lingue e identità differenti.

Si Okarina e Runikut (2014)

La serie Si Okarina e Runikut [Come l’ocarina di Runik] si compone di alcuni oggetti scultorei fatti di argilla e ottone, modellati secondo la forma di un antico strumento musicale a fiato, rinvenuto nella zona archeologica di Runik, dove la famiglia dell’artista ha vissuto per diversi anni. Simili a ocarine, questi strumenti rimandano alle origini preistoriche della musica e creano una relazione, che si attua solo tramite gli oggetti, tra due momenti storici molto differenti: il Neolitico e l’epoca contemporanea.

Halilaj crea queste opere dopo aver appreso la tecnica di lavorazione da Shaqir Hoti, uno degli ultimi a realizzare e suonare questi strumenti musicali tradizionali. L’artista tuttavia inserisce nelle ocarine dei nuovi elementi, sottili tubi di ottone che presentano una doppia funzione: da una parte sorreggono precariamente l’oggetto, dall’altra fungono da imboccature che permettono di attivarlo e generare un suono. Elementi semplici e leggeri sono associati all’aspetto ruvido e materico delle ocarine, dando vita a un confronto tra modernità e antichità. Strumenti di convivialità e di creazione, queste opere sono pensate per essere suonate, anche attraverso la partecipazione di più persone. L’artista interviene così sulla funzionalità dell’oggetto trasformandolo da strumento individuale a strumento corale.

Con Si Okarina e Runikut emerge uno degli aspetti centrali della pratica artistica di Petrit Halilaj, la volontà di stabilire, attraverso gli oggetti, canali di comunicazione tra individui e creare momenti di condivisione.

It is the first time dear that you have a human shape (diptych I – earring) (2012)

La serie, iniziata nel 2012 ed esposta per la prima volta alla Kunst Halle Sankt Gallen, è composta da diverse sculture in metallo, riproduzioni di gioielli ingranditi di cento volte. In diversi lavori l’artista realizza oggetti fuori scala, sovradimensionati, attraverso i quali esplora le relazioni tra i visitatori, le opere e lo spazio circostante. Per la mostra in Pirelli HangarBicocca Petrit Halilaj presenta due orecchini – It is the first time dear that you have a human shape (diptych I – earring) [È la prima volta, caro mio, che hai un aspetto umano (dittico I – orecchino)] – e due nuove opere, un braccialetto e una collana con pendaglio a forma di farfalla, disposte sinuosamente nello spazio. Le pietre e le gemme, solitamente incastonate nei gioielli, sono state sostituite con polveri colorate e materiale da costruzione provenienti dalle rovine della casa di famiglia a Kostërrc, andata distrutta.

 It is the first time dear that you have a human shape (butterfly collier) (2015)

La serie è legata alle esperienze e al vissuto della famiglia dell’artista: costretta a fuggire e a lasciare il paese dove viveva, la madre aveva seppellito i suoi gioielli insieme ai disegni d’infanzia del figlio nel terreno della collina dove sorgeva la loro casa. Eredità familiare, da conservare e tramandare, i disegni di Halilaj diventano strumento di riflessione sul concetto di appartenenza e di rinnovamento. Ed è proprio il gesto della madre a spingere l’artista a considerare e affrontare questi temi: «Quando nostra madre parla del futuro? Quella è arte… È la nostra luce, ci ha sempre mostrato entusiasmo».