Descrizione Progetto

TRISHA BAGA

dal 20 Febbraio 2020 al 19 Luglio 2020 – Spazio: SHED

“the eye, the eye and the ear” è la prima esposizione in un’istituzione italiana di Trisha Baga e ne ripercorre la produzione, dal suo primo lavoro There’s No “I” in Trisha (2005-2007) – concepito come una sitcom televisiva in cui l’artista interpreta tutti i ruoli – alla più recente opera 1620 (2020) realizzata per l’occasione. Riunendo cinque grandi installazioni video, che indagano la relazione tra il corpo e la tecnologia, la mostra presenta inoltre una ricca selezione di ceramiche realizzate dal 2015 e sei lavori della serie Seed Paintings (2017), dipinti composti utilizzando semi di sesamo.

Trisha Baga (Venice, Florida, 1985, vive e lavora a New York), americana di origini filippine, è tra le artiste e video maker più innovative della sua generazione. Nelle sue opere combina linguaggi e media differenti e attinge dall’immaginario televisivo, cinematografico e da filmati amatoriali per trattare temi come l’identità di genere e il rapporto tra mondo reale e digitale, facendo emergere una diversa prospettiva della contemporaneità.

La mostra è un percorso lungo i media che hanno scandito la pratica di Trisha Baga – passando dal VHS, al DVD per arrivare al 3D – e affonda le radici nella sua pratica performativa: gli stessi visitatori sono chiamati ad attraversarla indossando lenti stereoscopiche di occhiali 3D, in un ambiente immersivo che espande lo spazio fisico in numerosi livelli visivi e sonori.

Il display della mostra rimanda inoltre agli allestimenti caratteristici dei musei di storia naturale, non solo nella presentazione delle opere, ma anche per un approccio classificatorio inconsueto che mette in relazione l’idea di fossile a dispositivi tecnologici, come gli assistenti personali virtuali, creando dei corto-circuiti temporali.

CREDITI
Location: Pirelli HangarBicocca, Milano
Artista: Trisha Baga
Mostra: “the eye, the eye and the ear”
Allestimento: a cura di Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli
Ingegnerizzazione: MOSAE srl
Foto: Agostino Osio
Courtesy: Pirelli HangarBicocca, Milano
Pictures in slideshow: vedute dell’installazione

Hypothetical Artifacts, 2015–2020

Situata subito dopo l’ingresso della mostra, Hypothetical Artifacts è descritta da Trisha Baga come un «corridoio geologico dell’evoluzione» di artefatti della nostra civiltà. La serie è composta da una raccolta di oltre venti ceramiche realizzate dall’artista dal 2015 a oggi: oggetti elaborati che appaiono fossilizzati e posti su plinti come se fossero reperti archeologici rinvenuti in un tempo futuro. Hypothetical Artifacts allude all’estetica tipica dei musei di storia naturale: pur mantenendo il proprio aspetto vivido, le opere vengono presentate ironicamente in un allestimento in cui i pezzi sono esposti secondo un insolito sistema di classificazione. Lungo una base piramidale sono disposte alcune figure di barboncini dalle teste fiammeggianti simili a sfingi, mentre su un piedistallo che si sviluppa con un andamento segmentato, un gruppo di sculture apparentemente astratte sono accostate ad altre che ricordano dispositivi tecnologici – come una macchina da scrivere e un microscopio – e che incorporano elementi organici e scarti di apparecchiature elettroniche.

La sezione successiva include una serie di figure, tra cui un autoritratto dell’artista e alcune icone della cultura pop quali Elvis Presley e la celebre drag queen RuPaul. Parte della serie Calcified Encasements for Virtual Assistants, queste opere sono potenziali contenitori dei dispositivi di intelligenza artificiale come Alexa. La qualità materica degli elementi sembra l’esito di un’ipotetica rappresentazione primordiale della realtà che ci circonda. In particolare, le ceramiche in cui sono incastonati residui elettronici come chip e cavi sottolineano l’eccessiva dipendenza e le speranze che riponiamo nella tecnologia, mettendone in evidenza la fragilità e fallibilità.

Mollusca & The Pelvic Floor, 2018

Questa installazione multiforme si snoda lungo due narrazioni principali: il percorso evolutivo dei molluschi e il rapporto interspecie tra Baga e “Mollusca”, lo pseudonimo omofono con cui l’artista chiama la sua unità domestica d’intelligenza artificiale (sviluppata da Amazon e commercializzata sotto il nome di Alexa). Composta da due proiezioni simultanee – una in 2D, l’altra in 3D – l’opera specula su un “ipotetico mollusco ancestrale”, l’organismo da cui scientificamente si ritiene che si siano sviluppate le altre specie di molluschi. L’installazione include una serie di materiali reali e virtuali in una composizione eterogenea che sfida percettivamente il senso di tempo e realtà: i confini tra gli spazi fisici e quelli proiettati si fanno meno definiti. In contrasto all’immagine in movimento, alcuni oggetti, tra cui un ventilatore, un orologio analogico, delle rocce e l’Echo Dot Alexa, sono talvolta illuminati dalla proiezione.

Mollusca & The Pelvic Floor racconta una lotta di potere tra uomo e macchina sotto forma di dialogo multilingue usando un lessico composto da frammenti rielaborati dalla cultura pop insieme a video personali e filmati trovati. Tra questi, un estratto del film Contact (1997) di Robert Zemeckis (n. 1952), video della famiglia dell’artista girati nelle Filippine e citazioni da libri di fantascienza come Imago di Octavia E. Butler (1947–2006) e Origin di Dan Brown (n. 1964).

Seed Paintings, 2017

Realizzati con semi e gommapiuma, questi dipinti su pannelli di legno fanno parte di una serie più ampia di opere iniziata dall’artista nel 2017. Utilizzando materiali organici, Baga riproduce con stile puntinista figure immerse in paesaggi desertici combinati con elementi generati al computer, secondo un’interazione antitetica tra mondo naturale e mondo digitale. Il soggetto delle raffigurazioni si rifà ai personaggi di un’altra opera dell’artista, Virahanka Trail (2017), un’installazione multimediale in cui dei turisti sono ripresi mentre camminano lungo le dune di sabbia di una spiaggia giapponese. Il titolo allude all’antico matematico indiano Virahanka (700 d.C. circa) che fu il primo a elaborare la teoria nota come successione di Fibonacci (dal nome del matematico pisano del XIII secolo), una sequenza numerica in cui ogni elemento è generato dalla somma dei due numeri precedenti.

Richiamando gli schemi di Virahanka Trail, le figure dei dipinti sono affiancate a schizzi di finestre di dialogo di Photoshop che indicano la conversione dalla dimensione spaziale a quella pittorica. La trama di questi pannelli corrisponde alla versione materica delle immagini pixelate nei video – suggerendo così una ricomposizione delle immagini frammentate dalla tecnologia – e mostra come l’artista espande le possibilità della pittura immaginandola attraverso la lente digitale. Con questa serie Baga crea un parallelismo tra il gesto pittorico e il montaggio al computer, rivelando la stratificazione della sua pratica artistica.

Madonna y El Niño, 2010

L’opera attinge a molteplici immaginari: dalla popstar Madonna all’iconografia cristiana della Vergine Maria, fino al fenomeno climatico El Niño legato al riscaldamento periodico dell’Oceano Pacifico Equatoriale centrale e centro-orientale. Concepita come un’installazione video, Madonna y El Niño riflette l’interesse dell’artista per i fenomeni naturali e la cultura popolare, mettendo a confronto l’evoluzione linguistica della produzione culturale di Madonna con il ciclo dell’acqua. Facendo ricorso ai significati metaforici e mitologici di questo elemento, Baga lo evoca spesso per le sue proprietà fisiche e simbolicamente duttili. Queste caratteristiche sono rese nel video attraverso un montaggio sincopato composto da suoni fuori campo – come il rumore della pioggia associato alla materialità delle immagini pixelate sullo schermo – che s’intrecciano con filmati del tour di Madonna Confessions (2006) montati con letture del diario scritto dalla popstar durante le riprese del film Evita del 1996 di Alan Parker (n. 1944). Tra queste sequenze rapide e fluide, Baga assume ancora una volta il ruolo di interprete, autrice del montaggio e pubblico: appare sullo schermo mentre canta sulle note di Madonna, manipola il proiettore, mescola svariate immagini o si muove su pattini a rotelle davanti all’obiettivo, interrompendo così i fasci di luce e creando dei vuoti nella forma del suo corpo.

Il video è proiettato su una parete di fronte alla quale è posizionata una sfera stroboscopica che genera riflessi luminosi mutevoli nello spazio. Questo lavoro è il manifesto dell’estetica visiva e della complessità narrativa che l’artista continua a esplorare nella sua opera; Madonna y El Niño riunisce materiali immediatamente riconoscibili ad altri le cui fonti non sono decifrabili dallo spettatore, creando una personale analisi delle mitologie individuali. Le scene di chiusura del video provengono ad esempio dal film Tropical Malady (2004) di Apichatpong Weerasethakul (n. 1970) e sono accompagnate da una voce femminile che legge un estratto del romanzo Beloved della scrittrice Toni Morrison (1931–2019), la prima donna afroamericana insignita del premio Nobel. La sovrapposizione di questi due riferimenti mostra come Baga attinga all’eredità del cinema e della letteratura come modalità per esplorare la storia collettiva.

There’s No “I” in Trisha, 2005–2007/2020

There’s No “I” in Trisha è il primo video realizzato da Baga. Ambientata in uno spazio domestico, l’opera mette in discussione gli stereotipi di genere dei personaggi, tutti interpretati dall’artista. L’installazione accoglie i visitatori in un soggiorno simile a un tipico set di una sitcom americana, mentre a poca distanza un monitor trasmette un dramma d’amore adolescenziale in cui Baga si cimenta nel ruolo di attrice, regista e scenografa. Come una sorta di ode alla cultura popolare, il video si apre con un brano tratto dal romanzo Frankenstein (1818) di Mary W. Shelley (1797–1851) e la hit Somebody To Love dei Queen. Attingendo ai contenuti standardizzati di programmi come Friends o Frasier – con tanto di risate preregistrate, sceneggiature leggere e personaggi convenzionali – Baga riflette sulle modalità di rappresentazione di genere, sessualità e norme sociali nei palinsesti popolari.

La serie comica dura quattro stagioni ed è stata girata nell’arco di due anni. Il video tesse una trama familiare caratterizzata da momenti di vita quotidiana attraverso cui Baga analizza il proprio ruolo di artista, immaginandolo come parte integrante del suo lavoro. Come richiamato nel titolo, l’opera indaga il concetto di identità e ne mette in discussione l’inaccessibilità, sottolineando la poliedricità dell’esperienza dell’io come studio delle diverse figure interpretate dall’artista.

1620, 2020

Realizzata appositamente per la mostra in Pirelli HangarBicocca, l’installazione 1620 prende spunto dalla leggendaria Roccia di Plymouth, simbolo delle origini degli Stati Uniti d’America. Il video si apre con un testo che fa riferimento a “DNA USA”, programma sperimentale fittizio di terapia genetica teorizzata in risposta all’attuale «malattia» degli Stati Uniti.

Concepito come documentazione in 3D di una performance teatrale immaginaria in cui gli attori interpretano i Padri Pellegrini fondatori delle prime colonie insediatesi nel Nord America, il video affida un ruolo specifico alla tecnologia. Durante lo sviluppo di ogni atto la cornice narrativa si scompone ulteriormente, riflettendo sul modo in cui gli strumenti mediatici hanno via via cambiato il nostro modo di raccontare e leggere le storie, frammentando e ricomponendo la sensibilità e la percezione temporale.

Secondo Trisha Baga, «1620 è un racconto di fantascienza impressionista che ripensa la Roccia di Plymouth come fonte di cellule staminali narrative nelle mani di scienziati genetisti che studiano i malfunzionamenti radicati nel dramma americano». Ripercorrendo la storia della roccia e le frantumazioni che essa ha subito nel corso dei secoli, l’artista adotta una prospettiva stratificata tipicamente cinematografica come fonte di identificazione culturale.

No Source Found, 2019

Questo pavimento composto di frammenti di ceramica e collocato su un piedistallo si relaziona a 1620. L’opera ritrae una delle scene della stesura del Patto del Mayflower – il primo accordo di autogoverno che i Padri Pellegrini stabilirono al loro arrivo in America – ricordando ironicamente allo spettatore come la Roccia di Plymouth sia al contempo un monumento tangibile alla libertà e un simbolo fragile e manipolabile. No Source Found diventa una metafora della roccia stessa, spesso dispersa in diversi luoghi nel corso dei secoli, e allude alle alterazioni a cui, nell’essere tramandati, vengono sottoposti i fatti storici.

Come spiega l’artista, «Il titolo si riferisce al messaggio di errore sui proiettori quando non viene rilevato il supporto su cui sono registrati i materiali, e al contempo ai limiti della documentazione archeologica e della comprensione della storia della cultura filippina antecedente alla colonizzazione spagnola e americana».